Professionisti: associazione per delinquere e bancarotta

di Antonio Gigliotti

Pubblicato il 6 marzo 2012

attenzione! risponde di bancarotta e associazione per delinquere il consulente legale che partecipa alla gestione economica dell’azienda con la consapevole intenzione di incrementare il dissesto finanziario

 

Risponde di bancarotta e associazione per delinquere il consulente legale che partecipa alla gestione economica dell’azienda nella consapevole intenzione di incrementare il crac finanziario. A statuirlo la Corte di Cassazione con la sentenza n. 37370 del 17 ottobre 2011. Con tale pronuncia, la Sezione Penale ha affrontato la questione relativa ai profili di responsabilità penale del professionista che svolga, nell'interesse di un gruppo aziendale (nella specie, Parmalat), un'attività di consulenza e di supporto strumentale alla realizzazione di plurimi reati fallimentari da parte dei soggetti posti al vertice del gruppo.

 

La Corte di Cassazione Penale, con la sentenza numero 37370, pubblicata il 17 ottobre 2011, ha confermato in via definitiva alcune condanne emesse dai giudici di merito, nell’ambito dell’inchiesta sul crac finanziario che ha coinvolto la Parmalat. La pronuncia in commento si innesta, pertanto, in un quadro giudiziario di ben più ampia portata.

Tuttavia, in questo documento ci soffermeremo ad analizzare i principali motivi che hanno condotto la Corte a ravvisare la responsabilità penale del consulente legale del gruppo. Motivi racchiusi nelle quasi sessanta pagine di cui si compone la sentenza.

Con l’occasione, si farà anche il punto, in ordine alle condotte che possono configurare ipotesi di reato a carico del professionista.

 

La difesa

Nella fattispecie, i Giudici con l’ermellino hanno respinto l’estesissimo ricorso (articolato in ben trenta motivi), presentato da un consulente tecnico, condannato nei primi due gradi di giudizio per reati di associazione per delinquere e di bancarotta fraudolenta e semplice.

Con tale ricorso, la difesa ha sostenuto che:

  • l’uomo aveva prestato la propria attività professionale, senza conoscere le finalità illecite della cliente (Parmalat, appunto);

  • in ogni caso, il professionista non avrebbe potuto essere punito, dal momento che non era suo compito impedire la prosecuzione degli illeciti.

 

La Corte d’Appello di Bologna avrebbe, quindi, errato nel non riconoscere che l'imputato era stato egli stesso un “raggirato” atteso che:

  • la consapevolezza della manovra distrattiva (e della sua imponenza e vastità) era intervenuta solamente in secondo tempo, ovvero, “post factum”, laddove erano oramai divenute note le conseguenze sul piano mediatico e giudiziario.

 

In altri termini, l’imputato aveva fornito alla Parmalat strumenti giuridici e operativi che a sua insaputa erano stati “piegati a una finalità illecita”.

Il ricorrente era, quindi, rimasto del tutto estraneo alle manipolazio