Prestazioni di lavoro autonomo occasionale: il caso del prestatore non residente

Capita frequentemente che i nostri clienti si rivolgano a noi ponendoci un quesito sempre molto attuale, pur avendo una lunga storia dietro di sé: “esistono ancora le prestazioni occasionali? In caso positivo, come si articolano?”.
Al fine di rispondere, positivamente, a tale domanda, ripercorriamone le norme di riferimento, nonché le modalità operative e pratiche.
Infine, ci soffermeremo su una casistica sempre più frequente, ossia le prestazioni d’opera occasionale effettuate da un soggetto non residente.
QUESTO ARTICOLO E' TRATTO DALLA NOSTRA CIRCOLARE SETTIMANALE
Introduzione civilistica
Le prestazioni di lavoro autonomo non esercitate abitualmente (c.d. occasionali) sono disciplinate dall’articolo 2222 e seguenti del Codice Civile, le quali1 qualificano tali prestazioni come l’obbligo assunto da una persona – prestatore – nei confronti di un committente, a compiere un’opera o un servizio senza vincolo di subordinazione dell’uno verso l’altro.
Da ciò si evince che il prestatore non dipenderà in alcun modo dal committente in tema di organizzazione, subordinazione e coordinamento funzionale.
Possedendo pertanto tali caratteristiche, la prestazione oggetto del contratto tra le parti, si differenzia:

da un rapporto di lavoro dipendente, in quanto priva del vincolo di subordinazione proprio di tale tipologia, poiché l’insieme delle prestazioni esercitate dal dipendente vengono svolte generalmente su indicazione del datore di lavoro, in quanto quest’ultimo è “superiore” nell’organigramma aziendale rispetto al dipendente stesso e ne coordina le prestazioni;
da un lavoratore autonomo professionale, in quanto la prestazione d’opera occasionale possiede quale requisito primario l’assenza di abitualità e prevalenza che contraddistingue – al contrario – l’esercizio di un’attività professionale.

Riprendendo quest’ultimo punto, giova evidenziare che, presentando tali caratteristiche, la prestazione d’opera occasionale non sarà assoggettata all’obbligo di dotazione del numero di partita IVA, né tantomeno di iscrizione alla gestione previdenziale propria dell’attività esercitata (Cassa professionale ovvero Gestione separata INPS).
A livello normativo, non viene stabilito un limite economico o di durata della prestazione tale per cui la prestazione perda il requisito di occasionalità ed acquisisca lo status di abituale.
Conseguentemente, la prestazione occasionale può essere raffigurata come un incarico specifico – senza vincolo di subordinazione, teniamolo bene a mente – il quale esaurirà il proprio interesse al raggiungimento del risultato prefisso.
Qualora, contrariamente a quanto poc’anzi affermato, l’interesse delle parti fosse di natura durevole, ancorché non continuativo, usciremmo dall’alveo dell’occasionalità, con conseguente obbligo per il prestatore di dotarsi del numero di partita IVA poiché esercita con professionalità, sistematicità ed abitualità la propria attività.
Introduzione fiscale
In tema di trattamento e disciplina fiscali, le prestazioni di lavoro autonomo non esercitate abitualmente trovano la propria naturale collocazione e rappresentazione nell’articolo 67, comma 1, lettera l) del TUIR2, ossia all’interno della categoria dei c.d. “Redditi Diversi”.
Ne consegue che per il prestatore vige l’obbligo – naturale, salvo talune eccezioni generali e/o specifiche – di dichiarare il compenso di lavoro autonomo occasionale percepito, sempre in ossequio del principio di cassa vigente trattandosi di persona fisica, nell’anno.
Il prestatore, dipendentemente dalla propria situazione patrimoniale / reddituale complessiva, nonché in virtù di un calcolo di convenienza, redigerà il modello 730 ovvero il modello REDDITI Persone Fisiche, le …

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