Riforma del terzo settore: quale futuro per le associazioni culturali

Le associazioni culturali, una volta che la riforma del Terzo settore (D.Lgs 3 luglio 2017, n 117) sarà entrata pienamente in vigore, non potranno più fruire della decommercializzazione dei proventi disciplinata dall’art. 148 del TUIR. Tuttavia, se si iscriveranno nel Registro unico nazionale del Terzo settore potranno ancora continuare a fruire della medesima disciplina a condizione di assumere la forma giuridica di associazione di promozione sociale. In questo caso, però, le modalità di esercizio dell’attività dovranno essere compatibili con tale forma. Conseguentemente le prestazioni dovranno essere svolte prevalentemente dagli associati.

La prima novità oggetto di esame è dovuta alle modifiche intervenute al citato art. 148 del TUIR. La nuova disposizione si applicherà per le sole prestazioni poste in essere dalle società, ed associazioni sportive dilettantistiche, dalle associazioni sindacali e in generale dai soggetti esclusi dal novero applicativo della riforma in rassegna. Non assumono in tale ipotesi natura di proventi commerciali quelli realizzati, verso corrispettivi specifici, per le prestazioni nei confronti di iscritti, associati e partecipanti.

Il codice del terzo settore ha modificato l’ambito applicativo del predetto art. 148 limitandone la portata. Sono state così escluse dal beneficio le associazioni assistenziali, culturali, di promozione sociale e di formazione extra-scolastica della persona.

La novità non è ancora entrata in vigore. Sarà necessario attendere il via libera della Commissione europea all’applicazione dei regimi di cui all’art. 80 e 86 della riforma a seguito della richiesta effettuata a cura del Ministero dell’Economia e delle finanze. La previsione è contenuta nell’art. 104, comma 2 del citato decreto legislativo. In ogni caso, indipendentemente dall’ottenimento della predetta autorizzazione, la riforma entrerà in vigore, non prima del periodo di imposta successivo all’istituzione del Registro unico nazionale del Terzo settore.

L’art. 85 del Codice del Terzo settore disciplina il regime fiscale delle associazioni di promozione sociale.  In particolare al comma 1 è stata prevista la possibilità di applicare la disciplina della c.d. decommercializzazione dei proventi. Tale disciplina riguarda unicamente i predetti soggetti e, ad esempio, non è applicabile alle prestazioni rese dalle organizzazioni di volontariato. La previsione normativa, ancorché riferita esclusivamente alle associazioni di promozione sociale riproduce nella sostanza il testo dell’art. 148 del TUIR. In particolare “Non si considerano commerciali le attività svolte dalle associazioni di promozione sociale in diretta attuazione degli scopi istituzionali effettuate verso pagamento di corrispettivi specifici nei confronti dei propri associati e dei familiari conviventi e degli stessi, ovvero degli associati di altre associazioni che svolgono la medesima attività …”.

In base ad un’interpretazione letterale della disposizione sembrerebbe che una qualsiasi associazione culturale possa assumere, a seguito dell’approvazione della riforma del Terzo settore, la forma di associazione di promozione sociale, con l’iscrizione nel predetto registro nazionale. Ciò per poter continuare a considerare non commerciali i corrispettivi per le prestazioni rese nei confronti degli associati, iscritti o partecipanti.

La ricostruzione è eccessivamente semplicistica e deve tenere conto dell’art. 35 del citato decreto legislativo n. 117/20017. A tal proposito il comma 1 prevede che “Le associazioni di promozione sociale sono enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, da un numero non inferiore a sette persone fisiche o a tre associazioni di promozione sociale per lo svolgimento in favore dei propri associati, di loro familiari o di terzi di una o più attività di cui all’articolo 5, avvalendosi in modo prevalente dell’attività…

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