Natura della conciliazione e riflessi nelle liti su atti impositivi a società di persone

L’istituto della conciliazione, oggi regolamentato dagli artt. 48 e seguenti del D.Lgs n.546/92, sin da subito ha avuto una vita piuttosto tormentata. Basti ricordare che la prima apparizione della conciliazione, nel corpo del D.P.R. n. 636/1972 (cioè nella fonte che regolamentava il vecchio processo tributario), veniva coinvolta da una serie di modifiche apportate al testo originario da ben cinque decreti. Tra l’altro, precisamente all’art. 20-bis di tale fonte, nella conciliazione (nel 1994)  era previsto il limite dell’ammissibilità delle sole controversie non risolvibili in base a prove certe e questa circostanza è la riprova del maggior rigore interpretativo che allora veniva formalmente attribuito al principio dell’indisponibilità della obbligazione tributaria.
Da ultimo, la Legge 11 marzo 2014, n. 23, all’art. 10, comma 1, lett. a, invitava il Governo a procedere al “rafforzamento e razionalizzazione dell’istituto della conciliazione nel processo tributario, anche a fini di deflazione del contenzioso e di coordinamento con la disciplina del contraddittorio fra il contribuente e l’amministrazione nelle fasi amministrative di accertamento del tributo, con particolare riguardo ai contribuenti nei confronti dei quali sono configurate violazioni di minore entità”.
La stesura del “nuovo” art. 48 del D.lgs n. 546/1992 (secondo le modifiche intervenute con il D.Lgs n. 156/2015, fonte che traeva base dalla predetta Legge n. 23/2014) scalfiva un altro caposaldo della conciliazione del 1996, quale il limite operativo di tale istituto solo in primo grado e non oltre la prima udienza (in realtà la giurisprudenza ha poi consentito l’ammissibilità ella conciliazione anche oltre la prima udienza di CTP, quando all’esito di quest’ultima si provvedeva ad un mero rinvio). In pratica il legislatore ha consentito la conciliabilità anche delle liti pendenti in grado di appello e non solo di quelle pendenti nel primo grado di giudizio, con la sola esclusione della conciliazione nelle controversie in Cassazione, a causa della particolare natura di tale giudizio, dal quale sono esclusi gli accertamenti in fatto.
Quel che più rileva, almeno per il tema del presente scritto, è che la medesima modifica operata dal D.Lgs n. 156/2015, l’art. 48 D.Lgs n. 546/92 oggi configura, visto il dato letterale rappresentato nella predetta norma, la conciliazione come un istituto che nasce da un accordo.
Questa locuzione indica che il legislatore, coerentemente con l’opinione già espressa in passato dalla dottrina maggioritaria, ha voluto conferire la natura di transazione all’istituto della conciliazione giudiziale .
In vero, in questa direzione di era mossa anche la giurisprudenza, come testimoniato dalla sentenza n. 21325/2006 della Suprema Corte, ove si affermava che “pur nella sua indubbia specificità, la conciliazione giudiziale costituisce un istituto deflattivo di tipo negoziale… Questa Corte, infatti, ha chiaramente espresso il principio (nelle Sentenze nn. 8455 del 2005 e 12314 del 2001) secondo cui la conciliazione giudiziale, di cui al D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 48 attiene all’esercizio di poteri dispositivi delle parte… La conciliazione in materia tributaria è, dunque, concepita dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 48, comma 5, come una “forma di composizione convenzionale della lite nella sede del processo, che postula la formale contestazione della pretesa erariale nei confronti dell’Amministrazione e l’instaurazione del rapporto processuale con l’organo giudicante mediante deposito del ricorso notificato presso la segreteria della commissione tributaria, la cui mancanza determina la inefficacia della conciliazione medesima”. Da notare che tale pronuncia legava “a filo doppio” la conciliazione e il negozio della transazione richiamando poi la disciplina civilistica attinente la materia di obbligazioni, ed in particolare il tema degli errori  e dei  riflessi di questi …

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