Il concetto di debito oggi: tra economia e morale


pennaIl concetto di debito oggi appare ovunque, anche sui media atecnici, sia con riferimento al debito delle nazioni (e degli enti pubblici che ad esse fanno riferimento, anche locali), sia con riferimento a quello delle imprese e dei privati.

Il debito, quale concetto fisiologico, cioè connaturato al funzionamento economico di chi lo contrae, sia esso una società commerciale, uno Stato od un privato cittadino, oppure come concetto patologico, nel caso del verificarsi dell’arcinota insolvenza, di cui ormai si tratta ad ogni livello e di cui si disquisisce sul come uscirne, a patto che ciò sia possibile, è nozione ormai chiara e diffusa.

Purtuttavia, il debito pubblico (ogni debito pubblico), in confronto con quello privato (di imprese e cittadini), assurge a dimensioni e complessità tali da divenire onnipervasivo per la vita di chiunque, anche quando questi poco se ne avveda coscientemente.

 

Il debito privato origina quasi sempre da “affari andati male”, fatti salvi ovviamente casi patologici aventi origini “dolose” poichè finalizzate ad arricchire ingiustamente determinati soggetti, mentre quello pubblico sempre emerge da scelte politiche tattiche, spesso poco lungimiranti, volte non di rado ad aumentare il consenso democratico e ad accontentare settori della popolazione (panem et circenses…).

L’insolvenza privata delle aziende, cioè l’incapacità di onorare un debito regolarmente alla scadenza e con mezzi normali di pagamento, è ascrivibile alla categoria del cosiddetto rischio d’impresa, ad un concetto cioè patologico a livello economico ma non necessariamente giuridico, che impone ad una società moderna un’accurata riflessione che conduca a consapevolezza, maturità ed auto-responsabilità, senza ineluttabilmente doversi riferire a fattispecie penali che poco, in verità, si dovrebbero attagliare alla crisi d’impresa in assenza di un dolo specifico.

I principi “para-penali” cui si informava la primigenia Legge Fallimentare, ispirati in parte a concetti inutilmente punitivi di chiara derivazione rinascimentale-corporativa, sono stati faticosamente superati, seppur non completamente espunti dal pensiero comune, giuridico e sociale; non è infatti sempre colpa (in senso giuridico) di qualcuno se gli affari vanno male, non serve ricercare responsabilità inconsistenti e tentare di allargare a macchia d’olio i soggetti presso cui “battere cassa” in nome di presunte colpe gestorie. E neppure è utile il dilagare di fattispecie penali, con tanto di dilatazione smisurata delle pene; si è osservato infatti che l’aumento di queste (vedasi, a titolo di esempio, il penoso caso dell’omicidio stradale, tanto proclamato sui mezzi di comunicazione ed osannato per la conseguente introduzione di pene draconiane, quanto disastrosamente inefficace, con addirittura un sensibile aumento delle morti sulla strada) a nulla (o almeno a poco) vale, soddisfa unicamente lo spirito di vendetta della sedicente vittima, attribuendo allo Stato un ruolo di balia dei propri cittadini, considerati incapaci (o poco capaci) di intendere e di volere, con tanto di proposito moralizzatore (compito, quello del moralizzatore, non certamente adatto ad uno Stato né proprio dei suoi compiti). Sarebbe in effetti auspicabile che il ricorrente mantra che si ode spesso sull’imprenditore “onesto ma sfortunato” possa vedersi attuato in forma efficace da parte del Legislatore, ad esempio per tramite della Commissione Rordorf, ed accettato a pieno titolo dagli operatori del diritto quale evidenza pragmaticamente necessaria per un’economia matura e compiutamente consapevole del concetto di rischio d’impresa, piuttosto che restare tra i desiderata filosofici ripetuti all’infinito in convegni e pubblicazioni.

 

Tornando al debito degli Stati, si osservi che, al contrario, si tratta di un fenomeno talmente ponderoso e praticamente irreversibile da condizionare la politica delle nazioni e da non lasciare grandi margini di manovra ai governi ed alle istituzioni, salvo a quelli poco indebitati, di fatto limitando le democrazie e spingendole verso forme inevitabili di oligarchia finanziaria.

Chi ha quindi le redini del potere? Il sovrano, piaccia o no, è sua maestà il debito pubblico, e lo è da sempre nella storia; esso viene rappresentato dai “grandi” creditori che ben poco sono disponibili ad accettare il concetto di default del proprio debitore pubblico.

Quanto più i creditori sono concentrati e concordi, tanto più sono interessati a che il loro investimento da un lato renda adeguatamente (leggasi interessi, e differenziali tra gli stessi, ovvero spread) e dall’altro sia rimborsabile; confessate, oggi comprereste volentieri i titoli di Stato della Repubblica Argentina?

La situazione, alla fine, è più chiara di quanto si creda; il problema tuttavia non è saperlo (seppur la consapevolezza sia sempre il primo passo in un percorso volto alla risoluzione di un problema), ma come uscirne.

Da tempo la Banca Centrale Europea, su impulso del proprio governatore Mario Draghi, acquista titoli in maniera massiva (cosiddetto quantitative easing o facilitazione quantitativa), non essendo sufficiente agire sulla leva del tasso di interesse, il che, più o meno, corrisponde a battere moneta (a debito ovviamente…).

 

Ma quando questo finirà cosa accadrà? Ecco allora apparire molte ipotesi tra cui quella della doppia moneta, quella dei mini-Bot ed altre ancora, con il fine di mantenere alta la liquidità del sistema; per nulla facile prevederne l’efficacia.

Quello che è certo è quanto emerge a chiare lettere dall’Antico Testamento (segnatamente dal Pentateuco, ergo la Torah, in Deuteronomio 15, 6, versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana): “Quando il Signore, tuo Dio, ti benedirà come ti ha promesso, tu farai prestiti a molte nazioni, ma non prenderai nulla in prestito. Dominerai molte nazioni, mentre esse non ti domineranno”.

 

12 Settembre 2017

Domenico Calvelli


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