Gli studi associati ed il problema IRAP dell'autonoma organizzazione

Con la sentenza n. 3585 del 10 febbraio 2017, n. 3585, la Corte di Cassazione, dopo aver confermato, con riferimento alla definizione automatica prevista dall’art.9, della L. n. 289 del 2002, che la presentazione della relativa istanza preclude al contribuente ogni possibilità di rimborso per le annualità d’imposta definite in via agevolata, ivi compreso il rimborso di imposte asseritamente inapplicabili per assenza del relativo presupposto (nella specie, IRAP)1, ha ribadito in maniera netta che lo studio associato, “per gli immanenti effetti sinergici di accrescimento della capacità produttiva”, configura di per se presupposto di autonoma organizzazione, essendo questa implicita nella forma di esercizio dell’attività (S.U. n. 7371 del 14/04/2016; Cass. n. 25315 del 28/11/2014).
I precedenti giurisprudenziali
La sentenza che si annota si pone su un solco ormai consolidato. Indichiamo, quindi, una serie di sentenze che vanno valutate prima di intraprendere un contenzioso.

Per gli studi di ingegneria, con ordinanza n. 16337 del 26 luglio 2011 dell’8 giugno 2011, la Corte di Cassazione ha confermato l’assoggettabilità ad Irap degli studi associati, atteso che l’associazione “è uno strumento non solo per consentire il lavoro del professionista ma anche per potenziarne la capacità, e lo studio associato è qualcosa di più rispetto al mero esercizio di attività professionale. Non struttura di mero supporto… ma una struttura organizzata, di cui il professionista si avvantaggia”. La Corte richiama dei precedenti secondo cui: “Qualora il professionista (nella specie, commercialista) sia inserito in uno studio associato, sebbene svolga anche una distinta e separata attività professionale, diversa da quella svolta in forma associata, è tenuto a dimostrare, al fine di sottrarsi all’applicazione dell’Irap, di non fruire dei benefici organizzativi recati dalla sua adesione alla detta associazione che, proprio in ragione della sua forma collettiva, normalmente fa conseguire ai suoi aderenti vantaggi organizzativi e incrementativi della ricchezza prodotta (ad es. le sostituzioni in attività – materiali e professionali – da parte di colleghi di studio; l’utilizzazione di una segreteria o di locali di lavoro comuni; la possibilità di conferenze e colloqui professionali o altre attività allargate; l’utilizzazione di servizi collettivi e quant’altro caratterizzi l’attività svolta in associazione professionale)” (Cassazione civile, sez. trib., 10 luglio 2008, n. 19138; negli stessi termini anche Cassazione civile, sez. trib., 11 giugno 2007, n. 13570).

Con l’ordinanza n. 20499 del 6 ottobre 2011 (ud. del 5 luglio 2011) la Corte di Cassazione ha confermato che l’esercizio della professione liberale in forma associata costituisce elemento di per sé sufficiente per la sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione ai fini dell’applicazione dell’Irap: “va ulteriormente ribadito che l’esercizio in forma liberale di un’attività associata costituisce una circostanza di per sè idonea a far presumere l’esistenza – ai fini dell’applicabilità dell’IRAP – di un’autonoma organizzazione, presupposto essenziale dell’imposta, ed a far escludere – in difetto, come nel caso di specie, di elementi di prova di segno contrario – che il reddito sia prodotto esclusivamente per effetto della professionalità del singolo collaboratore”.

Con l’ordinanza n. 22386 del 3 novembre 2010 (ud. del 7 luglio 2010) la Corte di Cassazione ha affermato che “l’esercizio in forma associata di una professione liberale è circostanza di per sè idonea a far presumere l’esistenza di una autonoma organizzazione di strutture e mezzi, ancorchè non di particolare onere economico, nonché dell’intento di avvalersi della reciproca collaborazione e competenza, ovvero della sostituibilità nell’espletamento di alcune incombenze, sì da potersi ritenere che il reddito prodotto non …

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