Consulenza tecnica nel processo tributario, facoltà delle parti e travalicamento del mandato peritale

La facoltà di disporre la consulenza tecnica rientra (in virtù di quanto disposto dall’art. 7 c. 2, del D.Lgs n. 546/92) tra i poteri istruttori delle Commissioni tributarie e costituisce un mezzo estremamente valido con cui il giudice, nella fase istruttoria, acquisisce od integra specifiche cognizioni tecniche o “specialistiche” che gli mancano e che comunque sono necessarie alla decisione della controversia.
La consulenza tecnica, pur generalmente finalizzata alla integrazione delle conoscenze del giudice, pur non potendosi precipuamente configurare come un mezzo di prova (v. Cass. nn. 4720/96, 132/96 e 11133/95), rappresenta un procedimento istruttorio di integrazione1, in quanto se normalmente costituisce un mezzo di valutazione, sotto il profilo tecnico-scientifico, di dati già acquisiti, può in alcuni casi assurgere a fonte oggettiva di prova come strumento di accertamento e di descrizione di fatti, senza che ciò comporti il venir meno dell’onere della prova (Cass. n. 132/96). In altre parole la consulenza tecnica va annoverata tra i mezzi di istruzione probatoria in senso lato2, in quanto non può essere disposta per la ricerca delle prove che le parti hanno l’onere di fornire o per ovviare alle carenze probatorie imputabili alle parti stesse (cfr. Cass. nn. 26151/2011, 15219/2007, Trib. Varese, 14-01-2012)3, non perseguendo, almeno in modo diretto, lo scopo di provare (e, perciò, di accertare) i fatti controversi; detto in altre parole, il consulente tecnico per il giudice costituisce strumento di valutazione dei fatti acquisiti in causa e non di acquisizione alla causa delle fonti di prova (Cass. n. 11555/2016)
Nell’attuale processo tributario, la disciplina della consulenza tecnica è sostanzialmente mutuata dal rito civile, limitatamente agli artt. da 61 a 64 e da 191 a 197 c.p.c., mentre non trovano applicazione gli artt. da 198 a 200 c.p.c., “non essendo ammissibile un tentativo di conciliazione delle parti operato dal consulente tecnico d’ufficio, stante l’apposita disciplina dell’istituto della conciliazione giudiziale completamente delineato dall’art. 48” del D.Lgs. n. 546/1992 (C.M. 23 aprile 1996, n. 98/E).
Resta, tuttavia, da precisare che la funzione integratrice della consulenza, così come dianzi delineata, deve necessariamente tener conto della separazione tra la scienza che ordinariamente il giudice deve possedere e quella che gli può essere aliena, con la conseguenza che la attività tipica del giudice , quale l’interpretatio iuris, rimane solo ed esclusivamente in capo a questi poiché diversamente si finirebbe con il privare tale figura del presupposto logico della sua presenza e della sua inderogabile indipendenza nella fase decisoria.
Fatte queste premesse, deve poi precisarsi una distinzione che attiene le disposizioni interne all’art. 7, c. 2, del D.Lgs. n. 546/1992; tale norma prevede che, quando occorre acquisire elementi conoscitivi di particolare complessità, le Commissioni tributarie possono chiedere relazioni ad organi tecnici dell’Amministrazione statale o di altri enti pubblici, compresa la Guardia di finanza, ma possono disporre la consulenza tecnica. Alla luce di ciò, pare possa pacificamente affermarsi che la relazione appare come un elaborato gratuito che rilascia un ente o un soggetto appartenente all’area della Pubblica Amministrazione, mentre la consulenza tecnica è assoggettata al regime delle spese ed è affidata ad un professionista, designato dalla commissione adìta e spesato secondo compensi che non possono eccedere quelli previsti dalla Legge 8 luglio 1980, n. 319 , e successive modificazioni e integrazioni (v. art. 7, c. 2, u.p., D.Lgs n.546/92).
Va poi opportunamente rimarcato che, nel rispetto del generale principio del contraddittorio, una volta disposta dal giudice la consulenza tecnica d’ufficio, la prassi giudiziale:
1) apre la possibilità alle parti di partecipare alle operazioni e di nominare propri consulenti;
2) …

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