A proposito di motivazione della sentenza

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 16 gennaio 2017

analizziamo i principi che regolano la motivazione delle sentenza tributaria puntando il mouse anche sulla famigerata motivazione per relationem

libraryCon la sentenza n. 18231 del 16 settembre 2016 la Corte di Cassazione torna ad affrontare una questione particolarmente importante in sede contenziosa: la motivazione della sentenza.

 

Il principio affermato

La Corte, dopo aver premesso che:

la sentenza è affetta da vizio di motivazione apparente quando il giudice di merito omette di indicare, gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logica e giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento (9113/12; 1756/06; 2067/98)”, ha rilevato che nel caso di specie “la sentenza impugnata si espone inconfutabilmente alla rilevata manchevolezza processuale, avendo la Corte anche di recente ricordato, a riprova del fatto che l’obbligo costituzionale della motivazione non è soddisfatto ove non si estrinsechi in un apprezzamento critico delle ragioni di ciascuna delle parti, che la sentenza motivata "mediante mera adesione acritica all'atto d’impugnazione, senza indicazione né della tesi in esso sostenuta, né delle ragioni di condivisione, è affetta da nullità, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 4, c.p.c., per violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c., in quanto corredata da motivazione solo apparente" (20648/15).

Invero limitandosi a constatare che le deduzioni difensive dell’appellante "sono le stesse con le quali aveva sostenuto l’avviso di accertamento" e condividendo "le concise argomentazioni giuridiche" fatte proprie dai giudici di prime cure, senza provvedere al minimo esame delle prime e senza riprodurre il contenuto delle seconde, in tal modo astenendosi da ogni vaglio critico delle une e delle altre, la CTR ha mostrato di ignorare il doveroso compito motivazionale sotteso all’ufficio decisionale assunto nella specie, assolvendo il relativo obbligo solo in modo apparente”.

Né, ricorrono i presupposti per riconoscere che:

la CTR abbia legittimamente motivato la propria decisione per relationem, poiché, atteso che secondo il consolidato dictum di questa Corte la motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di gravame, è legittima a condizione che il giudice d'appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto (11138/11; 18625/10; 15843/08)”.

Nel caso di specie:

la sentenza impugnata non si sottrae alla doverosa cassazione, dal momento che la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione alle argomentazioni dei primi giudici e senza alcuna ricognizione delle ragioni di impugnazione dispiegate dall’appellante, non consente in alcun modo di ritenere che all'affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame”.

 

Il quadro giurisprudenziale

La sentenza che si annota si inserisce in quel filone giurisprudenziale che prende di fatto le mosse dai principi espressi a SS.UU., con la sentenza n. 14814 del 19 febbraio 2008 (dep. il 4 giugno 2008)1, dove era stato affermato che la motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non si limiti alla mera indicazione della fonte di riferimento, occorrendo la riproduzione dei contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonoma valutazione critica nel contesto della diversa (anche se connessa) causa sub iudice, in maniera tale da consentire anche la verifica della compatibilità logico-giuridica dell’innesto.

Per le Sezioni Unite, la mancanza di una autonoma ed esauriente motivazione, non consente il controllo di legittimità sull’operato del giudice (criteri di valutazione degli elementi probatori adottati, regole ermeneutiche applicate, logica della decisione) che è l’unico possibile controllo sul corretto esercizio della giurisdizione in uno Stato di diritto.

D’altra parte, non si può richiedere il rispetto del principio dell’autosufficienza delle impugnazioni se la sentenza impugnata non è, a sua volta, autosufficiente.

La Corte, quindi, conferma l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario, secondo il quale quando la motivazione di una sentenza si limiti a rinviare ad altra motivazione, in maniera che non sia possibile individuare le ragioni che stanno a fondamento del dispositivo, la sentenza è nulla.

La motivazione deve essere "autosufficiente", nel senso che dalla lettura della stessa deve essere possibile rendersi conto delle ragioni di fatto e di diritto che stanno a base della decisione.

La motivazione di una sentenza può essere redatta per relationem rispetto ad altra sentenza, purché la motivazione stessa non si limiti alla mera indicazione della fonte di riferimento: occorre che vengano riprodotti i contenuti mutuati, e che questi diventino oggetto di autonoma valutazione critica nel contesto della diversa (anche se connessa) causa sub iudice, in maniera da consentire poi anche la verifica della compatibilità logico-giuridica dell’innesto.

Infine, sul piano sistematico, la tesi che la ratio decidendi si debba sempre poter ricavare, in maniera espressa ed autosufficiente, dalla motivazione della sentenza trova un preciso riscontro legislativo nell’art. 12, c. 7, della L. n. 212/2000.

E “sarebbe assurdo ipotizzare che la chiarezza ed esaustività che si pretendono in sede amministrativa, vengano meno nella sede giudiziaria, nella quale le garanzie del contraddittorio e della difesa (che la norma citata intende garantire fin dalla fase delle procedure amministrative di accertamento) sono tutelati con norme costituzionali”.

Ancora di recente, sempre la Cassazione, a SS.UU., con la sentenza n.642 del 16 gennaio 2015, ha ritenuto che nel processo tributario non può ritenersi nulla la sentenza che esponga le ragioni della decisione limitandosi a riprodurre il contenuto di un atto di parte, sempre che le ragioni del giudicante, sulle quali la decisione è fondata, risultino in maniera chiara, univoca ed esaustiva.

Nel contenzioso civile, in cui di regola si contrappongono due parti o più parti, il compito del giudice è, come già rilevato, quello di decidere la controversia accogliendo – e rispettivamente rigettando -, totalmente o parzialmente, le pretese di una parte rispetto all’altra e ciò (a meno che non emerga la necessità di una diversa ricostruzione giuridica e fattuale della vicenda) per le ragioni dalla medesima espresse nei propri atti.

D’altro canto, lo scopo di una difesa professionale e della presentazione di scritti difensivi è proprio quello di convincere il giudice delle proprie buone ragioni.

E quando ciò dovesse accadere, cioè quando il giudice, adempiendo il proprio dovere di decidere la controversia, accogliesse l’istanza che ritiene meritevole di tutela (solo o anche) alla stregua delle ragioni esposte dalla parte nei propri scritti difensivi, ove queste ragioni risultassero espresse in modo chiaro ed esaustivo, sarebbe ipocrita chiedere al medesimo giudice di esporre nuovamente con diverse parole le medesime motivazioni che lo hanno convinto a stabilire una determinata regolamentazione degli interessi in conflitto, risultando invece più ragionevole e più ‘trasparente’, nonché in perfetta linea con un processo giusto, di durata contenuta ed ispirato al principio di effettività, riportare nella motivazione i passi dell’atto di parte condivisi e fatti propri dal giudice, piuttosto che parafrasarli in nome di una ‘originalità’ espositiva priva di qualsivoglia fondamento logico o giuridico.

In ogni caso non potrebbe sicuramente ravvisarsi un sintomo di parzialità del giudice nel fatto che egli abbia motivato la decisione riportando in sentenza il contenuto di un atto di parte, giacché l’imparzialità è – alla stregua delle disposizioni del codice di rito e della Costituzione