Il dilemma della dichiarazione a zero (per poi integrarla…)

Pubblicato il 5 novembre 2016

pensieri ad alta voce: a volte capita (soprattutto in prossimità di una scadenza importante) di dover inviare una dichiarazione dei redditi a zero, in pratica un modello privo di importi, riservandosi di correggerla col ravvedimento operoso: questo comportamento può provocare noie col Fisco?

conimbriga_minotauroNon è raro che alcuni colleghi, alla scadenza del termine per la presentazione di una dichiarazione (Redditi o IVA che sia), presentino un modello privo di importi (la cosiddetta dichiarazione “a zero”) per poi integrarla successivamente ricorrendo all’istituto del ravvedimento operoso.

L’Agenzia delle Entrate, in alcuni casi (ormai sempre più frequenti), ha ritenuto che una dichiarazione priva di importi sia da ritenere come dichiarazione non presentata, con tutte le conseguenze del caso (fino alla più grave, ossia la nullità della dichiarazione integrativa presentata oltre il novantesimo giorno rispetto alla scadenza naturale e la legittimazione di un accertamento induttivo).

Benché dovrebbe apparire ictu oculi evidente che una dichiarazione comunque presentata è fattispecie diversa da una dichiarazione del tutto omessa, e che quindi la posizione assunta dalla Agenzia delle Entrate è assolutamente priva di pregio, riporto di seguito alcune mie considerazioni, utili a contrastare, ove necessario, eventuali pretese da parte dell’Agenzia delle Entrate che volesse negare la validità della procedura adottata.

L’Agenzia sostiene che dichiarazione senza importi è come se fosse non presentata (omessa), tentando di far prevalere un concetto di sost