Utili occulti distribuiti ai soci: attenzione agli strumenti in mano al fisco!

sul-filo-immagineLa Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1139 del 22.01.2016, è tornata sul tema della distribuzione occulta di utili a soci di una società a ristretta base societaria.

Nel caso di specie il contribuente era socio, per il 50%, delle quote di una srl e il residuo 50% delle quote apparteneva al fratello.

La Commissione tributaria regionale della Puglia, rigettandone l’appello, aveva dunque ritenuto fondata la pretesa, manifestata con l’avviso di accertamento, della maggiore Irpef sul reddito di partecipazione alla compagine societaria, a seguito dell’emersione, nella verifica fiscale a carico di quest’ultima, di costi ritenuti indeducibili perché riferiti ad acquisti fittizi di olio.

Il contribuente ricorreva in Cassazione e denunciava vizio di motivazione della decisione in merito alla prova della percezione degli utili extrabilancio (la rettifica riguardava in particolare il socio, tassato su presunti avanzi per cassa). Secondo il ricorrente, infatti, tale prova doveva essere riferita alla specifica posizione del socio e non a fatti istruttori appurati a carico della società.

Il contribuente denunciava poi violazione dell’art. 2697 cod. civ. sulla ripartizione dell’onere probatorio, anche considerato che, in caso di contestazione per fatturazioni inesistenti, doveva ricadere sull’amministrazione l’onere probatorio riferito alla presunta fittizietà delle fatture, non potendo essere il contribuente onerato della prova dell’esistenza delle medesime, se non dopo che l’ufficio avesse assolto al proprio onere probatorio, e dovendo tale prova comunque consistere in fatti dimostrati e non solo affermati.

Con un terzo motivo di ricorso, infine, il contribuente lamentava la violazione dell’art. 38, comma 3, del d.P.R. n. 600 del 1973 e dell’art. 42 del d.P.R. n. 917 del 1986, laddove la decisione della Commissione Tributaria Regionale aveva, a suo dire, di fatto violato l’autonomia patrimoniale delle società di capitali assimilate alle società di persone, con riguardo alla multilateralità (rispetto ai soci) degli effetti delle verifiche fiscali, ignorando il deficit probatorio/motivazionale sull’imputazione diretta ai soci degli utili extra bilancio.

I giudici di legittimità, tuttavia, ritenevano i motivi di ricorso infondati, chiarendo che “in materia di imposte sui redditi, nell’ipotesi di società di capitali a ristretta base sociale è ammissibile la presunzione di distribuzione ai soci di utili extracontabili ove sussista, a carico della società medesima, un valido accertamento di utili non contabilizzati, che ricorre anche quando esso derivi dalla quantificazione dei profitti contenuta in altra sentenza, pronunziata nei confronti della società, non ancora passata in giudicato, sicché, in tale evenienza la decisione nei confronti dei soci non viola l’art. 2727 cod. civ., incombendo sulla parte, che ne contesti il fondamento, censurare la pronuncia per violazione dell’art. 295 cod. proc. civ. atteso il rapporto di pregiudizialità tra i giudizi” (cfr anche Cass. n. 5581 del 2015).

La Corte evidenziava inoltre come la Commissione tributaria regionale si fosse comunque fatta carico, nel caso di specie, di verificare la fondatezza della sentenza della Commissione Tributaria Provinciale a carico della società, di cui aveva comunque escluso la definitività, la quale, rigettando il ricorso della società aveva confermato l’avviso di accertamento del maggior reddito nei confronti della srl.

Anzi il collegio, “per puro scrupolo decisionale ed onde eliminare ogni dubbio avanzato dal ricorrente appellante”, aveva anche riesaminato, in modo più esaustivo, l’oggetto in fatto ed in diritto della sentenza ed aveva rilevato che da parte dell’ufficio non vi era stato alcun difetto di motivazione o lesione del diritto alla difesa, nessun richiamo acritico ai pvc e nessuna doppia presunzione.

La Gdf infatti aveva nel caso di specie accertato che un fornitore non aveva l’olio che risultava venduto alla società e…

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