Il contribuente può provare la diversa origine dei proventi transitati sul conto corrente bancario

finanza_immagine4Con l’ordinanza 9 marzo 2016, n. 4655, la Corte di Cassazione ha confermato il principio di diritto già enunciato dalla sentenza n. 25365/2007, e successivamente ribadito, secondo cui: “In tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito di impresa, l’art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 impone di considerare ricavi sia i prelevamenti, sia i versamenti su conto corrente, salvo che il contribuente non provi che i versamenti sono registrati in contabilità e che i prelevamenti sono serviti per pagare determinati beneficiari, anziché costituire acquisizione di utili; posto che, in materia, sussiste inversione dell’onere della prova, alla presunzione di legge (relativa) va contrapposta una prova, non un’altra presunzione semplice ovvero una mera affermazione di carattere generale, né è possibile ricorrere all’equità“.

Prosegue la sentenza affermando che non vi è “onere da assolvere per l’Amministrazione né in tema di dimostrazione della riferibilità ad attività di impresa dei proventi emergenti da operazioni di conto corrente né in ordine al fatto stesso dell’esercizio di attività di impresa da parte del soggetto verificato, sul quale incombe – invece – l’onere di fornire la prova della diversa origine dei proventi transitati sul conto corrente bancario”.

Inoltre, la Corte bacchetta il giudicante di secondo grado, atteso che gli argomenti utilizzati per “contraddittoriamente evidenziare il positivo assolvimento dell’onere di prova incombente sulla parte contribuente appaiono risolversi in mere formule prive di consistenza, ivi non individuandosi né il come né il perché detto onere possa ritenersi assolto e da dove risulti che sia stata dimostrata ‘l’estraneità… allo svolgimento di una attività imprenditoriale di servizi’, sicché la motivazione si risolve sul punto in una acritica condivisione delle tesi di parte appellante, in difetto di qualsivoglia esplicitazione dell’iter logico decisionale”.

Brevi considerazioni

La Corte di Cassazione interviene ancora una volta in materia di indagini finanziarie, non solo leggendo, con estrema chiarezza, il dettato normativo di riferimento, ma bacchettando il giudice di secondo grado.

Le presunzioni fondate sulle movimentazioni bancarie legittimano l’ufficio, nei confronti delle imprese, a ritenere ricavi sia i versamenti che i prelevamenti, se il contribuente non riesce a dimostrare che ne ha tenuto conto ovvero che siano estranea alla sua attività.

La sentenza che si annota si inserisce in quel filone giurisprudenziale maggioritario e uniforme secondo cui, in materia di indagini finanziarie, l’onere della prova incombe sul contribuente.

Proprio di recente, con l’ordinanza n. 1898 dell’1 febbraio 2016 (ud. 10 dicembre 2015), la Corte di Cassazione ha confermato l’esistenza dell’inversione dell’onere della prova e che “alla presunzione di legge (relativa) va contrapposta una prova, non un’altra presunzione semplice ovvero una mera affermazione di carattere generale, né è possibile ricorrere all’equità“.

Ancora la Corte, con la sentenza n. 1560 del 28 gennaio 2015 (ud. 26 novembre 2014) ha statuito che “a fronte di detta presunzione legale il contribuente è onerato di fornire la prova contraria, anche attraverso presunzioni semplici, da sottoporre comunque ad attenta verifica da parte del giudice, il quale è tenuto a individuare analiticamente i fatti noti dai quali dedurre quelli ignoti, correlando ogni indizio (purchè grave, preciso e concordante) ai movimenti bancari contestati, il cui significato deve essere apprezzato nei tempi, nell’ammontare e nel contesto complessivo, senza ricorrere ad affermazioni apodittiche, generiche, sommarie o cumulative (Cass. 22502/2011)”. Prosegue la Corte affermando che “la presunzione di riferibilità dei movimenti bancari ad operazioni imponibili si correla, infatti, ad una valutazione del legislatore di rilevante probabilità che il…

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