Successione mortis causa: collazione e riduzione

Come evidenziato in un precedente intervento, la successione mortis causa risulta limitata al suo interno da alcuni istituti, quali:

La legittima o riserva;

La collazione;

La riduzione;

Le restituzioni;

Il testamento;

Il divieto di patti successori.

Nel presente intervento viene approfondito il secondo ed il terzo degli istituti elencati, ossia la collazione e la riduzione.
La collazione
Il secondo istituto che limita al suo interno la successione mortis causa è l’atto della collazione, con il quale i soggetti che accettano l’eredità hanno l’onere di conferire nell’asse ereditario quanto ricevuto dal de cuius in donazione, ai sensi dell’articolo 737 del codice civile.
In particolare, i soggetti devono conferire alla massa ereditaria tutti i beni mobili e immobili ricevuti a titolo di donazione, diretta o indiretta, dal defunto quando questi era in vita.
Tali beni, elencati agli articoli 741, 742, secondo comma, e 770, secondo comma, del codice civile, sono:

Le spese fatte per assegnazioni ai figli a causa di matrimonio;

Le spese sostenute per avviare i figli all’esercizio di un’attività produttiva o professionale;

I premi pagati relativi all’assicurazione sulla vita stipulata a favore dei figli;

Le spese fatte per il pagamento dei debiti dei figli;

Le spese sostenute per nozze e per avviare i figli all’esercizio di un’attività produttiva o professionale che eccedono notevolmente la misura ordinaria, tenuto conto delle condizioni economiche del de cuius;

Le liberalità fatte in occasione di servizi resi o in conformità agli usi.

Diversamente, non devono essere conferite le donazioni ricevute, ai sensi degli articoli 738 e 741 del codice civile, quali:

Donazioni di modico valore fatte al coniuge;

Spese di mantenimento, educazione ed istruzione;

Spese sostenute per malattia;

Spese ordinarie per l’abbigliamento;

Spese ordinarie sostenute per nozze.

Di conseguenza, dalla collazione dei beni ricevuti per donazione risulta un aumento della massa ereditaria, alla quale si deve fare riferimento per stabilire le quote che spettano a ciascun erede, come se le donazioni fatte in vita dal defunto costituissero un anticipo sulla successione.
Tale aumento, però, va fatto soltanto in riferimento ai coeredi che siano i discendenti (figli e nipoti e pronipoti) o il coniuge del defunto, in quanto le porzioni spettanti a tutti gli altri coeredi vanno calcolate senza tener conto della collazione.
In merito alla tipologia di beni, la collazione di immobili è prevista, a scelta del coerede che ha ricevuto la donazione:

In natura, restituendo il bene ricevuto per donazione;

Ovvero per equivalente, ossia conferendo una somma di denaro corrispondente al valore del bene (valore di mercato) al momento dell’apertura della successione.

La collazione dei beni mobili è prevista solo attraverso il conferimento di denaro, calcolando il valore di mercato del bene all’apertura della successione.
Infine, la collazione di denaro è prevista assegnando agli altri discendenti e al coniuge una somma di denaro uguale (secondo il principio nominalistico) a quella ricevuta dal beneficiario della donazione.
Un esempio può far comprendere meglio cosa accade con la collazione.
Esempio:
In vita il de cuius ha donato al primo figlio la somma di 100.000 euro.
Gli eredi legittimari sono i due figli e l’attivo ereditario è pari a 200.000 euro.
Il patrimonio relitto risulta quindi di euro 300.000 (dato dalla sommatoria del donato e dell’attivo ereditario) da dividere tra i due eredi (150.000 euro ciascuno).
Il primo figlio, avendo già avuto dal padre euro 100.000, ha diritto alla parte residua pari a 50.000 euro (dato dalla differenza tra 150.000 e 100.000).
Come detto, la collazione è obbligatoria per legge, salvo però che il donatario ne sia dispensato dal donante nei limiti …

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