Accertamento INPS-Entrate a braccetto: anche in coppia l'atto è legittimo

Con la sentenza n. 25472 del 18 dicembre 2015 (ud. 28 ottobre 2015) la Corte di Cassazione, richiamando un proprio precedente pronunciamento (Cass. 15296/2008; Cass. 473/2013) ha chiarito che “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’atto di accertamento può essere legittimamente motivato mediante rinvio ai verbali dell’INPS di constatazione delle omissioni contributive previdenziali, purchè conosciuti dal contribuente, rientrando detti verbali tra i documenti che, per il tramite della Guardia di Finanza, devono essere trasmessi – quando si profilino violazioni tributarie – anche agli uffici finanziari e che detti uffici possono utilizzare ai fini dell’accertamento (Cass. 7832/2001; Cass. 22696/2008)”.
Brevi note
In ordine alla valenza degli elementi acquisiti, si rileva che la Corte di Cassazione (sentenza n. 7832 dell’11 giugno 2001) aveva già ritenuto legittimo l’accertamento dell’ufficio motivato sul richiamo ad un Pvc dell’INPS, in quanto il recepimento di una conclusione di un ente, anche non tributario, se non accompagnata da una autonoma valutazione, sta a significare che l’ufficio ne condivide le motivazioni. Nel caso di specie, la migliore dottrina ha ritenuto che “l’atto di accertamento in questione non rinvia ad atti dell’Amministrazione finanziaria o della Gdf ma a quello di enti che non hanno competenze tributarie. In effetti, la norma contenuta nell’art. 36 del Dpr 600/1973, fa riferimento all’obbligo di soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza che, a causa o nell’esercizio delle loro funzioni vengono a conoscenza di fatti che possono configurarsi come violazioni tributarie, di comunicarli direttamente alla Gdf. Va da sé che la Gdf dovrebbe far propri tali documenti e procedere con successivi atti tipici della polizia tributaria: circostanza questa che, nel caso di specie, non sembra essere avvenuta e che tuttavia non è risultata rilevante, dai giudici, ai fini della legittimità dell’avviso di accertamento”1.
La stessa Cassazione, con la sentenza n. 17222, depositata il 28 luglio 2006, ha confermato la rettifica del reddito, fondata su una segnalazione della Guardia di finanza, dove la prova del maggior reddito era stata desunta dalle risultanze dell’accertamento dell’Inps elevato nei confronti di una società, in debito verso l’Inps.
E successivamente, i massimi giudici, con la sentenza n. 13027 del 24 luglio 2012, hanno riconosciuto la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo effettuato dall’Agenzia delle Entrate sulla base di un Pvc della Gdf che richiama, a sua volta, un Pvc dell’Inps, senza necessità che gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate effettuino una loro verifica ed emettano il relativo Pvc. Ciò che rileva, secondo la Corte, è la conoscenza dell’atto da parte del contribuente (gli atti impositivi si fondano sulla verifica svolta dalla Guardia di finanza, la quale aveva riscontrato che la società aveva tenuto una contabilità irregolare, anche in forza dei rilievi mossi dagli ispettori Inps, consistenti in mancata registrazione di costi; non annotazione di proventi costituiti dai compensi corrisposti in nero ai due dipendenti. In ogni caso, il contribuente era a conoscenza delle ragioni della ripresa fiscale, posto che i verbali della GdF e dell’Inps erano conosciuti dalla medesima, per essere stati consegnati ad essa e ai quali gli avvisi facevano riferimento, sicché il ricorso al metodo analitico-induttivo era stato legittimo).
Ricordiamo che, in via di principio, con la sentenza n. 25127 del 26 novembre 2014 (ud. 28 ottobre 2014) la Corte di Cassazione, ancora una volta, ha confermato che, in tema di avviso di rettifica da parte dell’amministrazione finanziaria, la motivazione degli atti di accertamento per relationem, con rinvio alle conclusioni contenute nel verbale redatto dalla Guardia di Finanza nell’esercizio dei poteri di polizia tributaria, o di altro Ufficio …

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