Ricorso per saltum in Cassazione con il processo tributario del 2016

1. Premessa
Tra le modifiche al processo tributario, espresse dal D.Lgs n. 156/2015 ed entrate in vigore a far data dall’1 gennaio 2016. va segnalata l’introduzione all’art. 62 del D.Lgs. n. 546/1992 di un’aggiunta, corrispondente al comma 2-bis, statuente che “sull’accordo delle parti la sentenza della commissione tributaria provinciale può essere impugnata con ricorso per cassazione a norma dell’art. 360, primo comma, n. 3, del codice di procedura civile”.
In pratica si tratta di una novità assoluta nel processo tributario e l’applicabilità di tale norma coinvolgerà le sentenze di primo grado , impugnabili direttamente innanzi il giudice di ultima istanza (previo accordo delle parti) quando l’esito del giudizio territoriale provinciale, risulterà dipendente per intero dalla risoluzione di una questione di diritto.
Il legislatore ha inteso così mutuare, nell’ambito del processo tributario, un istituto già presente nel processo civile, comunemente denominato ricorso per saltum (ma da altri definito omisso medio) che, appunto, consente di ottenere una pronuncia su questioni giuridiche, da parte della Corte di Cassazione, appena dopo l’esito di primo grado evitando pertanto un’inutile duplicazione del sindacato di merito.
In effetti, non può non notarsi che tale strumento incentiva e favorisce potenzialmente l’accesso immediato al grado di legittimità soprattutto al fine di consentire anche alla stessa Corte una funzione anticipatoria di appositi orientamenti interpretativi, particolarmente su questioni non ancora del tutto affrontate (o, comunque, non definitivamente risolte) nell’elaborazione giurisprudenziale precedente della Corte di Cassazione.

2. L’istituto in generale
Il ricorso de quo trova residenza normativa nell’art. 360, c. 2, c.p.c. che (come accennato) individua una categoria di sentenze assoggettabili a ricorso per cassazione, ancorché pronunciate in primo grado, quali i responsi riguardanti la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, così come previsto dall’art. 360, c. 1, n. 3.
Sinteticamente , va evidenziato che il motivo di esame esige, come presupposto, che la relativa questione:
• sia stata formulata nelle fasi di merito;
• abbia formato materia di dibattito fra le parti;
• sia stata coinvolta da una pronuncia del giudice;
• sia confortata da un rapporto di causalità tra la denunciata violazione di legge e la decisione impugnata (con la conseguenza che, nonostante l’esistenza di una violazione di legge, il ricorso dovrebbe essere rigettato se la sentenza denunciata si reggesse su altre premesse incensurabili ed indipendenti dal motivo riconosciuto illegittimo).

3. L’“accordo delle parti”
A mente dell’art. 366, c. 3, c.p.c., l’accordo delle parti sulla comune volontà di proporre ricorso omisso medio “deve risultare mediante visto apposto sul ricorso dalle altre parti o dai loro difensori muniti di procura speciale, oppure mediante atto separato, anche anteriore alla sentenza impugnata, da unirsi al ricorso stesso”.
La giurisprudenza di legittimità ha cristallizzato i modi e le forme secondo le quali deve formalizzarsi l’accordo delle parti relativo al superamento della fase del giudizio di appello : secondo il costante insegnamento della Corte di Cassazione, essendo rilevante l’effetto di rendere inappellabile la sentenza, l’accordo deve essere sottoscritto dalle parti, in quanto non risulta essere sufficiente “che l’accordo intervenga tra i rispettivi procuratori ad litem, ove non muniti di procura speciale” (Cass. civ n. 7707/2004), con la conseguenza che l’accordo può essere validamente stipulato solo tra le parti personalmente (Cass. civ nn. 4397/1998 417/1998) e prima della scadenza del termine per proporre appello .
In pratica , la modifica intervenuta per opera del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, sull’art. 366 c. 3 c.p.c. consente alle parti di raggiungere il relativo accordo in …

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