La fattura generica mette a rischio la deduzione del costo e dell'IVA: ad esempio "prestazioni di consulenza" comporta un'inversione dell'onere della prova

In prossimità della fine dell’anno 2015 le imprese iniziano ad effettuare le prime valutazioni sull’andamento dell’esercizio. Le verifiche riguardano anche la stima delle imposte in quanto gli oneri tributari rappresentano una variabile rilevante in sede di redazione dei bilanci. I contribuenti devono prepararsi a sostenere il pagamento delle imposte il 16 giugno anche accantonando, se possibile, la liquidità necessaria.
Al 31 dicembre le imprese dovranno effettuare le scritture contabili di assestamento rilevando ratei e risconti ed anche le fatture da emettere e da ricevere a fronte di ricavi e costi maturati nell’esercizio. L’Agenzia delle entrate valuta sempre con particolare sospetto le fatture emesse al termine dell’anno o durante i primi giorni dell’esercizio successivo (con competenza nell’anno precedente), ciò in quanto l’emissione di questi documenti in questo periodo sono in alcuni casi utilizzati per “aggiustare” il risultato del periodo di imposta. E’ dunque necessario osservare con rigore le regole da seguire per l’emissione delle fatture in modo da evitare possibili contestazioni del Fisco in caso di verifica.
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Il legislatore fiscale non indica in alcuna disposizione quale sia la definizione di fattura, ma all’art. 21 del D.P.R n. 633/1972 sono elencati puntualmente i contenuti obbligatori di tale documento. L’attenzione deve essere concentrata soprattutto sulla parte della disposizione che indica quali elementi obbligatori da indicare la “natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto della prestazione” (art. 21, c. 2, lett. g).
L’indicazione della prestazione resa deve essere effettuata con precisione essendo certamente insufficiente una descrizione generica. In questo caso, ove la descrizione della prestazione non fosse tale da individuare con certezza l’attività svolta la contestazione dei verificatori sarebbe pressoché certa con il disconoscimento sia del diritto alla detrazione dell’Iva, ma anche del costo ai fini delle imposte sui redditi. Ad esempio il problema può verificarsi per una descrizione del tipo “lavori vari di ristrutturazione dell’immobile ubicato in Roma, via Cavour, n. 15”.
Il dettaglio delle prestazioni eseguite è un requisito richiesto dal legislatore per verificare l’inerenza dei costi per il destinatario del documento. L’Ufficio potrà così riscontrare se le spese in questione siano o meno sostenute nell’esercizio dell’attività d’impresa o professionale. L’indicazione analitica, infatti, semplifica l’attività di accertamento (Ris. min. n. 111/E del 3 maggio del 1995), mentre un’indicazione generica non pone l’Agenzia delle entrate nelle condizioni di effettuare questa verifica, con il conseguente disconoscimento, come già ricordato, sia del costo, ma anche dell’imposta sul valore aggiunto. In questo senso si è pronunciata espressamente la Corte di Cassazione chiamata ad esprimersi sul caso di un professionista che aveva emesso la fattura addebitando il compenso per “generiche prestazioni di consulenza” (Cass. civ., 10 aprile 2015, n. 7214).
Dalla ricostruzione effettuata dalla Corte di Cassazione sembra corretto affermare che il committente beneficiario dei servizi o l’acquirente dei beni possa comunque fornire anche in altra sede, al di fuori della fattura, la prova dell’inerenza dell’onere sostenuto rispetto all’attività esercitata. In buona sostanza la generica indicazione delle prestazioni effettuate (cessioni di beni e prestazioni di servizi) determinerebbe un’inversione dell’onere della prova a carico del destinatario della prestazione, che potrebbe essere comunque in grado di dimostrare l’inerenza del costo (circostanza non agevole in presenza di una fattura ricevuta estremamente generica).
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Si pone così il problema se possa essere considerata corretta l’emissione di una fattura recante una descrizione generica con un rinvio, per relationem, …

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