I presupposti per la corretta applicazione del regime del margine

 
Il regime speciale del margine, disciplinato dall’art. 26 bis della VI Direttiva n 388/1977 del Consiglio in da 17.5.1977, si configura come “regime fiscale speciale”, di natura derogatoria del regime ordinario IVA, avente carattere opzionale, e che, in quanto funzionale ad evitare il fenomeno della doppia imposizione, assume come condizione indefettibile di applicabilità l’indeducibilità dell’Iva versata “a monte” dal cedente-operatore comunitario in occasione dell’acquisto del bene successivamente rivenduto all’importatore in altro Paese membro (rendendosi quindi necessario che il cedente abbia assolto l’IVA in modo definitivo, senza avere esercitato né avere potuto esercitare alcuna rivalsa).
 
Il cedente deve comunque rispondere ai “requisiti soggettivi” individuati dall’art. 36, c. 1, DL n. 41/1995, convertito in legge n. 85/1995, e cioè:

che sia un privato consumatore;

che non abbia potuto detrarre l’imposta (avendo destinato i beni ad una attività esente);

che agisca in regime di franchigia nel proprio Stato membro;

che abbia, a sua volta, assoggettato il proprio acquisto al regime del margine.

Tali condizioni, peraltro, non sono venute meno con l’art. 2 della Direttiva 2001/15/CE del Consiglio in data 20.12.2001, con il quale è stato introdotto l’obbligo di “annotazione” in fattura, in caso di applicazione del regime del margine di utile, dell’espresso riferimento agli artt. 26 o 26-bis della Dir. CE n. 388/1977, ovvero della specificazione “di altre informazioni che indichino che è stato applicato il regime di margine di utile”.
L’annotazione nelle fatture emesse dal cedente nazionale come operazione soggetta al regime del margine e la formale correttezza del documento contabile non sono dunque sufficienti ad abilitare il contribuente ad emettere fatture con il regime del margine il quale, come noto, prevede un’imposizione limitata al solo margine di profitto per effetto della seconda destinazione al consumo del bene usato.
Così ha stabilito ora anche la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9736 del 13 maggio 2015.
La CTR aveva invece ritenuto che l’annotazione nelle fatture emesse dal cedente nazionale “operazione soggetta al regime del margine” e la formale correttezza del documento contabile fossero sufficienti ad abilitare la contribuente ad emettere fatture con il medesimo regime.
Tale conclusione, però, secondo la Corte, era errata sul piano giuridico.
Secondo l’orientamento di legittimità, infatti, “colui il quale intenda avvalersi, per il pagamento dell’IVA su beni acquistati da soggetti residenti in altro Stato membro, dello speciale regime del “margine di utile”, ha l’obbligo di accertarsi della effettiva sussistenza dei presupposti di applicabilità di quel regime, tra i quali la circostanza che il cedente del bene non abbia potuto esercitare, nel suo Paese, alcuna rivalsa per l’imposta versata quando acquistò quel bene”.
E tale accertamento “non può limitarsi ad un mero controllo di regolarità formale delle fatture emesse dal cedente, ma deve estendersi al controllo della regolarità sostanziale dell’operazione, a condizione che esso sia possibile alla stregua dell’ordinaria diligenza esigibile dal cessionario (Cass. 30 maggio 2012, n. 8636; 1 giugno 2012, n. 8828)”, non essendo possibile attribuire al documento contabile una efficacia probatoria di cui è privo (trattandosi di una mera dichiarazione con la quale si attesta che il cedente ha applicato a sua volta nel Paese membro in cui ha sede il regime del margine, senza alcuna specificazione dei presupposti giustificativi della applicazione ditale regime fiscale).
E del resto, sottolinea ancora la Corte, “in tema di IVA, il regime del margine di utile di cui all’art. 36 del d.i. 23 febbraio 1995, n. 41, convertito in legge 22 marzo 1995, n. 85, …

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