Operazioni inesistenti: il caso del contribuente che ha omesso la dichiarazione

di Giovambattista Palumbo

Pubblicato il 14 ottobre 2014

la contestazione dell'inesistenza delle operazioni fatturate si poggia su presunzioni molto forti se il contribuente, che ha emesso le fatture contestate, per gli anni verificati ha omesso la presentazione delle dichiarazioni IVA e dei redditi

Con la sentenza n. 1031/03/14, depositata in data 22.09.2014, la CTP di Firenze si è pronunciata sulla fattispecie delle operazioni (oggettivamente) inesistenti, respingendo il ricorso di un contribuente, con condanna alle spese di giudizio, che aveva impugnato sei avvisi di accertamento emessi dall’Ufficio finanziario per il recupero delle maggiori imposte dirette ed Iva conseguenti all’emissione di fatture false per importi milionari.

Più precisamente gli accertamenti, emessi a seguito di una verifica della Guardia di Finanza di Firenze, riguardavano gli anni dal 2003 al 2010.

Considerata la natura di evasore totale del contribuente, che nei predetti anni aveva omesso la presentazione della dichiarazione nonchè il versamento di qualsiasi imposta e l’emissione di fatture per operazioni inesistenti in favore di due società con cui aveva avuto rapporti negli stessi anni (la cui compagine societaria era peraltro composta da parenti in linea retta dello stesso contribuente), l’Ufficio finanziario aveva accertato il reddito di impresa del ricorrente (in misura pari al compenso verosimilmente percepito per l’emissione delle fatture inesistenti, quantificato in misura pari alla metà dell’Iva esposta in fattura, ovvero al 10% dell’imponibile fatturato) ed effettuato i conseguenti recuperi di imposta.

Il contribuente, con il ricorso presentato in Commissione Tributaria, contestava l’operato dell’ufficio, eccependo, tra le altre cose, il difetto di prova dell’asserita inesistenza oggettiva delle operazioni fatturate, che invece, secondo il ricorrente, erano veritiere e rappresentavano le effettive prestazioni artigianali da lui svolte in favore delle due società, il difetto di motivazione degli accertamenti e la violazione del principio del contraddittorio preventivo.

L’Ufficio, per parte sua, confermava la legittimità del proprio operato per avere esposto, sia nel PVC sia nell’accertamento che lo richiamava, una serie di elementi precisi e concordanti, tali da creare un quadro probatorio inequivoco sull’inesistenza oggettiva delle operazioni “milionarie” fatturate dal contribuente.

L’Amministrazione replicava, altresì, all’eccepito difetto di motivazione, rilevando, anche a mezzo di recenti pronunce della Suprema Corte, la legittimità della motivazione per relationem e rilevava, oltre all’inesistenza di un principio generale sul contraddittorio preventivo, ancor più l’inesistenza di un obbligo in tal senso nel caso in cui l’Ufficio contestasse l’emissione di fatture inesistenti.

 

La CTP di Firenze, con la sentenza citata, considerati i principi di diritto espressi dalla Suprema Corte sulla fattispecie di “fatture per operazioni inesistenti” e valutati gli elementi di fatto acquisiti ed esposti dall’Ufficio a seguito dell’attività di indagine sul contribuente, ha dunque rigettato il ricorso.

Con riferimento alle operazioni inesistenti, del resto, è noto l’orientamento consolidato e univoco della Cassazione, che, anche di recente, confermando i principi già espressi in precedenti sentenze, così si è espressa: “giova richiamare i principi espressi da questa Corte nella sentenza n. 24426/2013, con riguardo, in particolare, al tema delle fatture emesse per operazioni inesistenti, mera espressione cartolare di operazioni commerciali mai poste in essere da alcuno. Nella sopracitata pronuncia di questa Corte, si è chiarito che, nel caso in cui l'Ufficio ritenga che la fatt