Imposte diverse: non vi è obbligo di pari giudicato

Con la sentenza n. 11163 del 21 maggio 2014 (ud. 7 aprile 2014) la Corte di Cassazione ha confermato il principio secondo cui, in presenza di imposte diverse, non vi è giudicato esterno. Secondo il costante insegnamento di questa Corte, perchè una lite possa ritenersi coperta dal giudicato di una precedente sentenza resa tra le stesse parti, è necessario che il giudizio introdotto per secondo investa lo stesso rapporto giuridico che ha già formato oggetto del primo. In mancanza di tale essenziale presupposto, pertanto, non rileva che la seconda lite richieda accertamenti di fatto già compiuti nel corso della prima (conf. Cass. 2594/10). Tale identità di rapporto deve, pertanto, essere esclusa nel caso in cui – come nella fattispecie in esame – le due controversie riguardino imposte strutturalmente e oggettivamente diverse, come l’IVA e le imposte dirette; con la conseguenza che nel giudizio in materia di imposte dirette non può in alcun modo spiegare efficacia di giudicato esterno una sentenza in materia di IVA, ancorchè fondata sui medesimi presupposti di fatto (cfr. tra le tante, Cass. 2438/07, 5943/07, 8773/08, 25200/09)”.

Brevi note

Permangono ancora nette le differenze fra i due sistemi di tassazione (II.DD. ed Iva) rivolti, l’uno a disciplinare le componenti essenziali del reddito d’impresa, ai fini di un’imposizione che persegue le manifestazioni di ricchezza, l’altra a determinare correttamente la base imponibile (artt. 13 e 17 del DPR 633/1972), sulla quale applicare un’imposta sui consumi e, come tale, soggetta a regole eguali per tutti i soggetti passivi, indipendentemente dalla eventualmente diversa capacità reddituale.

Tale particolare meccanismo fa si che ai fini IVA, sulla base del costante pensiero giurisprudenziale di merito e di legittimità (Cass. n. 4767 del 23/4/1993, CTR Lombardia, n. 255 del 28/10/1999, Cass. n. 6832 del 18/5/2001, C.T.C. n. 631 del 19/2/1999, Cass. n. 4419 del 26/3/2203, Cass. n. 11109 del 16/7/2003), per il cessionario o committente, acquistino fondamentale rilevanza gli adempimenti contabili cui è tenuto il soggetto passivo d’imposta (fatturazione, registrazione, liquidazioni periodiche, dichiarazione), al fine di poter esercitare il diritto alla detrazione di cui all’art. 19 del D.P.R. n.633/1972.

Dunque, tutte le volte che il contribuente non è in grado di provare la fonte che legittima la detrazione (fatture o altri documenti comprovanti il costo sostenuto) e l’espletamento delle formalità previste dal titolo II del D.P.R. 633/1972 (registrazione e conservazione dei documenti), la detrazione deve ritenersi indebita e l’ufficio finanziario è legittimato a recuperare a tassazione l’imposta irritualmente detratta.

Ai fini delle imposte sul reddito, invece, si parte da presupposti diversi, tutti, comunque, tesi a determinare l’effettiva capacità contributiva del soggetto (art. 53 Cost.), subordinando la deducibilità delle spese e degli altri componenti negativi all’imputazione al conto economico dell’esercizio di competenza, ma ammettendo (art. 109, c. 5, del T.U. n. 917/86) in deduzione anche le spese e gli oneri relativi ai ricavi e agli altri proventi che, pur non essendo imputati al conto economico, concorrono a formare il reddito nella misura in cui risultano da elementi certi e precisi, al fine di evitare che a fronte di maggiori ricavi accertati, non sia concessa la possibilità di dedurre quei costi che avevano costituito la base per il recupero a tassazione dei ricavi stessi.

Ma il divario fra i due sistemi impositivi, IVA e imposte sul reddito, emerge chiaramente dall’abrogazione del comma 6 del vecchio articolo 75, per effetto dell’art. 5, del D.P.R. n. 695/1996, a decorrere dal 6 febbraio 1997, il quale in precedenza disponeva che le spese e gli altri componenti negativi, di cui è prescritta la registrazione in apposite scritture contabili ai fini delle imposte sui redditi, non sono ammesse in deduzione se la registrazione è stata omessa o è stata eseguita…

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