Condannato chi paga i dipendenti e non paga le ritenute

La giurisprudenza ha ormai ben definito, fatta eccezioni per alcuni decisioni che appaiono eccedere nell’oppressione con estensione dei presupposti fattuali non riconducibili a quanto previsto dalla norma, la natura, la tipologia, i presupposti fattuali, la condotta da contrastare e i termini dei reati di omesso versamento di cui al D.Lgs. 74/2000.
Le norme di riferimento, come noto, sono quelle contenute nell’articolo 10-bis, 10-ter e 10-quater del D.lgs. 74/2000.
In particolare l’articolo 10 bis prevede che: “E’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo d’imposta”.
 
Il successivo articolo 10 ter prevede che: “La disposizione di cui all’articolo 10 bis si applica, nei limiti ivi previsti, anche a chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”.
Ed infine l’articolo 10 quater prevede che: “La disposizione di cui all’articolo 10 bis si applica, nei limiti ivi previsti, anche a chiunque non versa le somme dovute, utilizzando in compensazione, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, crediti non spettanti o inesistenti”.
 
Si tratta, come ben chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, di un reato omissivo proprio, istantaneo e di mera condotta (omissiva), che, unicamente per l’omesso versamento delle ritenute, contempla anche un componente attivo costituito dalla certificazione delle ritenute e dal suo rilascio ai sostituiti. Il dolo, caratterizzante i reati omissivi sopra indicati, è quello generico che implica l’esclusione solo al ricorrere di circostanze fattuali, non riconducibile soggettivamente all’agente e completamente estranee a questo, idonee a impossibilitare l’azione la cui omissione è presupposto di reato.
In tal contesto, affermano i giudici di legittimità, non rileva la scelta dell’agente, certo meritevole e ammirevole, di pagare i dipendenti omettendo il versamento delle consequenziali le ritenute di imposta, come non rileva lo stato di crisi o di totale insolvenza della società. L’agente deve dimostrare che l’omissione non sia riconducibile a un suo comportamento o a sue scelte. L’agente deve quindi ponderare l’utilizzo delle proprie risorse per evitare il perfezionamento, alle scadenze previste dalla legge penale, dell’omesso versamento nei termini quantitativi dalle stesse indicati. In conclusione, se il contribuente decide di pagare i dipendenti e poi non riesce a pagare le relative ritenute per la sussistenza di una crisi finanziaria della società, per il legislatore non ha fatto una scelta ammirevole e meritevole di tutela, ma solo una sciocca scelta coraggiosa che lo rende punibile di reato.
Quanto sopra trova conferma nella recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 3705 del 28 gennaio 2014, nella quale i giudici di legittimità hanno affermato che l’agente non può sostenere la sussistenza di una causa di forza maggiore quando, ancorché in un contesto di crisi finanziaria, agisce, adottando quindi un comportamento, per pagare i dipendenti, la cui erogazione comporta l’effettuazione delle ritenute nell’ambito del meccanismo di pagamento delle imposte con sostituzione, e non adempie nei termini di cui all’articolo 10 bis del D.Lgs. 74/2000, al pagamento delle stesse ritenute d’acconto.
L’agente, all’atto dell’erogazione delle somme soggette a ritenuta di imposta, deve ripartire le proprie disponibilità per garantire il …

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