Uscire dalla crisi: quando? Ma, soprattutto, come?


Nel mese di dicembre 2013, in allegato al quotidiano il Sole 24 ore ed alla rivista di economia Mark-up è stato pubblicato il VII rapporto sull’economia italiana 2014-2018. è uno studio di previsioni, analisi e proposte condotto dall’associazione “Economia Reale”. Contiene proposte e commenti di 23 economisti e giornalisti.

Lo studio si basa sui dati contenuti nell’ultimo DEF (Documento di Economia e Finanza di aprile 2013) emanato dal Governo e sulle statistiche relative a tasse e spesa pubblica degli ultimi 13 anni (dettagli su http://www.mef.gov.it)

In sintesi il rapporto riguarda una sintesi dei dati emanati dal Governo sul DEF, un ricalcolo di questi dati in base a modelli econometrici (Oxford Economics) ed una più efficace proposta di ristrutturazione dell’azienda Stato.

È interessare pubblicare questa analisi in quanto è davvero raro vedere affrontare una crisi economico-finanziaria (che oramai è sociale) da un punto di vista manageriale, e non da un punto di vista di vista politico. Già, perché in Italia, a differenza di altri Paesi sviluppati, non si sa bene il perché, management e politica sono due cose ben distaccate tra loro, basti pensare al concetto di “governo tecnico”.

Senza entrare nei dettagli, il DEF di aprile 2013 emanato dal Governo e leggermente rettificato a settembre 2013 indica valori che, tendenzialmente, portano questi risultati, premettendo una leggera ripresa già dal 2014:

  • il PIL italiano tornerebbe a livello pre-crisi nel 2020;

  • il PIL procapite tornerebbe a quello del 2007 nel 2022;

  • il tasso di disoccupazione verrebbe recuperato nel 2022;

  • il deficit pubblico non andrebbe mai a zero e tornerebbe al 110% del PIL nel 2018.

Tuttavia, prendendo sempre a riferimento i dati del DEF, la previsione tendenziale attraverso il modello econometrico Oxford Economics, elaborato da Economia Reale, darebbe invece i seguenti risultati:

  • il PIL italiano tornerebbe a livello pre-crisi solo nel 2022;

  • il PIL procapite tornerebbe a quello del 2007 nel 2024/25;

  • il tasso di disoccupazione verrebbe recuperato nel 2025;

  • il deficit pubblico non andrebbe mai a zero e sarebbe ben superiore a quanto indicato nel DEF e nel 2018 sarebbe ancora superiore al 125% del PIL.

 

Ora tutti si chiederanno se sia possibile affrontare un così lungo periodo per tornare come eravamo nel 2007, dove già la situazione non era eccellente rispetto ad altri Paesi. Occorre anche chiedersi cosa sia accaduto nel tempo, perché le proiezioni portano questi valori e come sarebbe davvero possibile uscire in minor tempo da questa empasse.

Rispondiamo alla prima domanda: cosa è successo nel tempo. L’attuale depressione sappiamo che non ha origini in Italia ma è di portata mondiale. Sappiamo anche che è in particolar modo l’Europa oggi a soffrire di più, ed in particolar modo è proprio l’Italia a non vedere ancora la “luce” al tunnel. Questo è accaduto perché nel tempo il nostro sistema finanziario, gestito da vari Governi (difatti non è un problema di “colore” politico), ha praticamente strozzato la ripresa. Ne deriva quindi che il grosso problema è focalizzato nella gestione della Finanza Pubblica. Dai dati storici è possibile infatti verificare che a fronte di un aumento costante della tassazione, la spesa pubblica è incrementata in maniera esponenziale. In sintesi: fino al 1971 si verificava un “avanzo di parte corrente” nel senso che il totale delle entrate dello Stato copriva le spese correnti e l’esubero serviva a finanziare gli investimenti pubblici; dal 1972 al 1992 il bilancio pubblico ha avuto un “deficit di parte corrente” nel senso che il totale delle entrate non bastava più a coprire le spese correnti; dal 1992, con la crisi finanziaria che rischiò di far tracollare la lira e con l’illusione che la spesa pubblica dilagante potesse invece favorire la crescita economica, il deficit pubblico cominciò ad andare completamente fuori controllo. Ad esempio nel 2000 il totale delle entrate è stato pari a 536 miliardi di Euro e nel 2012 è stato di 764 miliardi, ma la spesa pubblica è passata da 536 a 805 miliardi. Negli ultimi dodici anni il debito pubblico è passato così da 1.300 miliardi a oltre 2.000 miliardi di Euro del 2012 (n.b.: siamo a 2.100 miliardi di euro a gennaio 2014). Poi vi sono gli interessi passivi dello Stato balzati da 85 miliardi annui ai 100 miliardi per via dello spread ma, almeno quest’ultimo, sembrerebbe essere ora rientrano in valori accettabili. Ecco perché oggi siamo il Paese con il terzo debito pubblico al mondo e tale deficit viaggia annualmente a oltre il 130% del PIL.

 

Ci si chiede come sia possibile che, presa consapevolezza di questi dati oramai da oltre dieci anni, non si riesca in alcun modo ad arginare tale disavanzo che, indipendentemente dai Governi avuti, è aumentato di anno in anno in modo pressoché costante.

In sintesi, perché se si parla da diverso tempo di una riduzione del debito pubblico e di un “sacrificio” ai cittadini che devono pagare più tasse, il deficit anziché diminuire, aumenta? Ossia, come è possibile che l’equazione +tasse –spese abbia invece portato nel tempo ad un maggior deficit?

La risposta è tanto semplice quanto assurda: sulla riduzione della spesa pubblica ci si basa sui valori tendenziali e non su quelli storici. Quindi il ragionamento è di questo tipo: lo scorso anno abbiamo speso 100, quest’anno il tendenziale indica una spesa di 110, ma noi dobbiamo risparmiare e quindi non possiamo spendere più di 106… In sintesi si verifica un incremento di 6 con l’illusione di aver risparmiato 4… e questo gap non è stato mai compensato da un incremento della tassazione applicata ai contribuenti.

 

I calcoli eseguiti dal gruppo di studio di Economia Reale si riferisce invece a calcoli con tecnica Budget Base Zero), ossia partono da valori storici e non su valori tendenziali, così come si ragiona in azienda quando occorre attuare un piano di ristrutturazione e/o di risanamento. Come in effetti opera Simulation, software per ristrutturazione aziendale .

 

A questo punto veniamo ai fatti.

Il DEF indicato dal Governo per il periodo 2012-2017 (vedere pagina numero 18 del pdf in http://www.mef.gov.it/doc-finanza-pubblica/def/2013/documenti/Def_2_1.pdf), per il risanamento ed il rilancio del Paese, prevede queste operazioni (i valori del 2012 sono ovviamente valori storici e non dati di budget):

  • incremento della tassazione per 99 miliardi di Euro (da 753 a 852, leggere la riga “Totale entrate finali”);

  • solo 1/3 di questo aumento di tassazione va a ridurre il deficit pubblico che passa da -47 a -18 miliardi di Euro (leggere la riga “Indebitamento netto”);

  • i restanti 70 milioni di euro servono invece a finanziare gli aumenti previsti sulle “uscite” che in effetti passano da 801 a 870 miliardi di Euro (vedere la riga “Totale spese finali”). Di questi 70 milioni:

    • 74,5 milioni sono aumenti previsti per le spese correnti;

    • 4,5 milioni sono invece riduzioni per gli investimenti su lavori/appalti pubblici che passano da 17,5 a 13 miliardi di Euro (vedere la riga “Contributi in c/capitale”).

L’unica nota positiva è costituita dal fatto che in questi giorni (primi di gennaio 2014) lo spread è calato e quindi gli interessi passivi, fortunatamente, non dovrebbero essere quelli indicati nel DEF in cui era previsto uno spread base di 250 punti. Per cui i valori indicati nella riga “Interessi passivi” non dovrebbero incrementarsi di 22 miliardi di Euro ma meno (ossia di circa 17 miliardi di Euro).

Non si tratta certamente di una operazione di management tesa a ristrutturare l’azienda Italia… perché ? Perché si sta ripetendo il film già visto da venti anni che ha portato l’Italia al dissesto, ossia aumento della tassazione ed aumento della spesa pubblica, che non porta crescita economica e sociale… ed ora si stanno bloccando anche i lavori pubblici.

Ma facciamo le giuste considerazioni:

  • all’aumentare del regime di austerity (tassazione), è dimostrato di come attualmente il consumo non possa “ripartire”;

  • l’aumento della spesa pubblica ha causato il dissesto dell’Italia;

  • senza la ripartenza dei lavori pubblici si strozza uno degli elementi cardine della ripresa e non si ricrea occupazione;

  • oltre a tutto ciò sembra che il DEF non indichi in alcun modo “come” tale progetto si possa effettivamente realizzare, ossia quali sarebbero le “leve strategiche” che porterebbero a quei risultati numerici. Manca quindi un elemento fondamentale, per tale motivo il gruppo di studio definisce il progetto come di “non politica economica”.

In effetti le chiavi che permetterebbero la ripresa dovrebbero essere esattamente contrari, ossia diminuzione della tassazione, riduzione della spesa pubblica e ripresa degli appalti pubblici. Inoltre è fondamentale indicare le chiavi strategiche che permetterebbero la ripresa, come si fa in tutti i business plan concepiti in ottica strategica.

Quindi cosa propone il gruppo di studio Economia reale?

Vi sono tre nodi che vanno risolti necessariamente:

  • dentro agli 805 miliardi di euro di spesa pubblica ci sono 60 miliardi di sprechi, malversazioni, corruzione;

  • dentro i 760 miliardi di tasse mancano 120 miliardi di evasione;

  • ogni anno lo Stato paga tra i 100 ed i 140 miliardi di euro per interessi (dipende dallo spread).

Tuttavia gli sprechi pubblici non sono tanto da ricercare nei cosiddetti costi della politica (elevati stipendi e prebende ai parlamentari e riduzione del numero di parlamentari del 50%) che, tutto sommato, potrebbero portare ad un modesto risparmio di 700 milioni annui. Pur agendo su questo canale, occorrerà lavorare soprattutto sui 60 miliardi di euro nascosti nelle ruberie della spesa pubblica, a tutti i livelli. Questi sono i veri costi della politica. Occorrerà anche pagare i debiti pubblici alle imprese, così da dare respiro a molte delle stesse,  con una emissione di BTP per 30 miliardi all’anno, per tre anni.

Si tratterà poi di ristrutturare lo Stato Patrimoniale dell’azienda-Stato attraverso la vendita di beni (assets) non strategici (palazzi statali in disuso e altre strutture oggi in capo allo Stato, alle Regioni ed agli enti locali) per 400 miliardi di euro. Tuttavia, a meno di forti svalutazioni, sarebbe pressoché impossibile vendere tutto ed in breve tempo. Ecco quindi la necessità di creare un Fondo immobiliare Italia che, una volta in possesso (per legge) dei beni ed attraverso emissione di titoli obbligazionari (con warrant), porterebbe investitori (anche esteri). Le risorse finanziarie così ottenute andrebbero ad abbattere, per legge, il debito pubblico.

Occorrerà infine lavorare sul Conto Economico.

È necessario abbassare la tassazione sulle famiglie attraverso la riduzione di spesa pubblica destinata a beni e servizi. Un modo per diminuire la spesa pubblica è ad esempio quello di erogare i medicinali in confezioni monodose, così come viene fatto in USA e Inghilterra. In Italia difatti vengono buttati circa 4,2 miliardi di euro di medicinali. In estrema sintesi 20 miliardi di risparmi andrebbero in parte a ridurre l’Irpef dei lavoratori e delle famiglie (per 15 miliardi di euro). Infine occorrerà introdurre un “conflitto di interessi” come lotta all’evasione. Ossia fare in modo tale che ogni famiglia possa detrarre, dal reddito imponibile, sempre ai fini Irpef, le spese sostenute per la casa e la cura di figli ed anziani. Ecco così che la fattura o la ricevuta servirebbe anche ai privati. Occorrerà anche eliminare i contributi a fondo perduto alle imprese, ossia 20 miliardi che invece andrebbero a ridurre la tassazione Irap per le aziende. Da queste attività di minori spese e minori tasse potrebbero derivare risorse per aumentare l’investimento per lavori pubblici per circa 5 miliardi di euro annui.

Queste, in estrema sintesi, le proposte di Economia Reale.

A ciò mi permetterei personalmente di aggiungere ulteriori “fonti”, per la ristrutturazione del conto economico ed il risanamento del deficit pubblico:

  • l’abbonamento RAI in realtà è una tassa di possesso dell’apparecchio televisivo. A tutti gli effetti quindi tale importo, pagato dagli italiani, dovrebbe essere destinato alle casse dello Stato e non all’emittente radio-televisiva che dovrebbe vivere di pubblicità, così come fanno tutte le emittenti private. Si tratterebbe di ulteriori 1,5 miliardi di euro. Anche in questo caso, dato che oltre il 41% delle famiglie italiane non paga questa tassa, andrebbero attuate delle azioni di lotta all’evasione;

  • la recente scoperta di grosse fonti petrolifere e di gas naturale in territorio nazionale (in particolar modo in Basilicata) potrebbe apportare notevoli vantaggi nel sistema economico dello Stato, attraverso la vendita del greggio alle multinazionali del settore.

 

Le componenti della proposta di Economia Reale sono state inserite nel programma econometrico Oxford Economics e questi sono i risultati della simulazione:

  • il PIL tornerebbe a livello pre-crisi nel 2018 anziché nel 2022:

  • il PIL procapite tornerebbe a quello del 2007 nel 2020 anziché nel 2024/25;

  • il tasso di disoccupazione verrebbe recuperato nel 2019 anziché nel 2025;

  • il deficit pubblico non andrebbe mai a zero ma sarebbe sempre inferiore del 3% del PIL;

  • il rapporto debito pubblico/PIL scenderebbe sotto il 120% già nel 2017.

N.B.: dalla simulazione sono addirittura stati esclusi diversi scenari indicati, quali il pagamento dei debiti alle aziende private, la vendita degli assets statali e la lotta all’evasione con deduzioni per spese delle famiglie.

 

La proposta di Economia Reale, racchiusa per necessità di spazio in poche righe, non è miracolistica, ci vuole del tempo affinché si possa ritornare ad una situazione accettabile, ma è solo attraverso un percorso chiaro e definito che si può pervenire alla soluzione in un arco di tempo che sia il più breve possibile.

Si tratta di manovre che puntano ad avere più crescita, più occupazione, meno tassazione attraverso un più rigore finanziario nei conti pubblici ed una concreta lotta ad evasione, al lavoro sommerso ed un netto contrasto a malversazioni e ruberie.

Tra le altre cose lo scenario di Economia Reale non tiene in considerazione:

  • importanti provvedimenti che, ad ogni modo, in questo momento il Governo sta già adottando;

  • una maggiore flessibilità di bilancio concessa in sede europea, a partire dal 2014.

 

In estrema sintesi le possibilità di ripresa ci sono, basta semplicemente muovere le pedine giuste. Il DEF emanato dal Governo ad aprile, rettificato in piccolissima parte a settembre, a meno di forti rettifiche da parte del Governo Letta, non sembra possa però portare ad una ripresa poiché, ancora una volta secondo Economia Reale, agisce su leve che hanno portato la Nazione all’attuale dissesto.

 

Fortunatamente la gestione di un piano di ristrutturazione aziendale risulta essere molto più semplice, grazie a Simulation. Simulation è un software che, attraverso l’inserimento di un conto economico e, volendo, dello stato patrimoniale, riesce a “ricostruire” un ottimale assetto economico-finanziario-patrimoniale per l’impresa, grazie a specifici algoritmi di calcolo. Può agire “da solo” indicando la soluzione più adatta o anche intervenendo manualmente, per tale motivo costituisce una vera soluzione alle attività di pre-pianificazione. Dalla versione 3.0.0, per “chiudere il cerchio” il programma rilascia in automatico anche le strategie applicabili all’impresa. Simulation è disponibile sul sito Commercialista Telematico.

Simulation determina obiettivi concretamente raggiungibili. Il termine “concretamente” non è casuale, dato che il software determina anche l’oggettiva fattibilità del piano elaborato (proposte realistiche e praticabili). Simulation è un software molto semplice da utilizzare ed estremamente economico (video disponibile a questo indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=9Eg4PpuHck0&feature=youtu.be).

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22 gennaio 2014

Luciano Cipolletti


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