Società estinte e rapporti debitori pendenti

Con l’Ordinanza n. 198 del 17 luglio 2013 (ud. 3 luglio 2013) la Corte Costituzionale ha confermato, in materia di società estinte, il pensiero espresso dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite.

 

L’ordinanza della Consulta

La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 2495 c.c. e 328 c.p.c., “nella parte in cui non prevedono, in caso di estinzione della società per effetto di volontaria cancellazione dal registro delle imprese, che il processo prosegua o sia proseguito nei gradi di impugnazione da o nei confronti della società cancellata, sino alla formazione del giudicato”.

La Corte Costituzionale, nel richiamare e far proprie le argomentazioni della Cassazione a SS.UU. (nn. 6070 e 6071 del 2013), rileva che la disposizione dell’art. 110 c.p.c. (come già affermato anche da Cass. 6 giugno 2012, n. 9110), contempla non solo la “morte” (come tale riferibile unicamente alle persone fisiche), ma altresì qualsiasi “altra causa” per la quale la parte venga meno, “e dunque risulta idonea a ricomprendere anche l’ipotesi dell’estinzione dell’ente collettivo”.

Pertanto, “se l’estinzione della società cancellata dal registro intervenga in pendenza di un giudizio del quale la società è parte, si determina un evento interruttivo del processo, disciplinato dall’art. 299 c.p.c. e segg., con possibile successiva eventuale prosecuzione o riassunzione del medesimo giudizio da parte o nei confronti dei soci”.

 

I principi espressi dalla Cassazione a SS.UU.

Ricordiamo, sinteticamente, i principi espressi con la sentenza n.6070 del 12 marzo 2013, della Corte di Cassazione, a SS.UU. , che costituiscono delle vere e proprie linee guida da seguire sia per i contribuenti che per gli uffici.

  • I debiti insoddisfatti che la società aveva nei riguardi dei terzi si trasferiscono “in capo a dei successori…, salvo i limiti di responsabilità nella medesima norma indicati”.

  • Anche nei rapporti attivi non definiti in sede di liquidazione del patrimonio sociale viene “a determinarsi un analogo meccanismo successorio.

  • Una società non più esistente, perché cancellata dal registro delle imprese, non può validamente intraprendere una causa, nè esservi convenuta.

  • Qualora la cancellazione intervenga a causa già iniziata è inammissibile l’impugnazione proposta dalla società estinta, così come di quella proposta nei suoi confronti; nei processi in corso, anche se non siano stati interrotti per mancata dichiarazione dell’evento interruttivo da parte del difensore, la legittimazione sostanziale e processuale, attiva e passiva, si trasferisce automaticamente, ex art. 110 c.p.c., ai soci, che, per effetto della vicenda estintiva, divengono partecipi della comunione in ordine ai beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione, e, se ritualmente evocati in giudizio, parti di questo, pur se estranei ai precedenti gradi del processo. La “perdita della capacità di stare in giudizio” è, infatti, inevitabile conseguenza della sopravvenuta estinzione dell’ente collettivo che sia parte in causa.

  • L’esigenza di stabilità del processo, che eccezionalmente ne consente la prosecuzione pur quando sia venuta meno la parte, se l’evento interruttivo non sia stato fatto constare nel modi di legge, deve considerarsi limitata al grado di giudizio in cui quell’evento è occorso, in difetto di indicazioni normative univoche che ne consentano una più ampia esplicazione. “Viceversa, è principio generale, condiviso dalla giurisprudenza di gran lunga maggioritaria, quello per cui il giudizio d’impugnazione deve sempre esser promosso da e contro i soggetti effettivamente legittimati, ovvero, come anche si usa dire, della ‘giusta parte’… Non appare davvero un onere troppo gravoso – nè tanto meno un’ingiustificata limitazione del diritto d’azione, a fronte dell’esigenza di tutelare anche i successori della controparte, che…

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