Quali opzioni hanno gli imprenditori per affrontare il momento di crisi in modo costruttivo e migliorare la propria operatività?


 

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Per capire cosa possiamo fare innanzitutto è necessario capire il “momento” che stiamo vivendo. Precisiamo subito che il termine “crisi” è assolutamente inadeguato, esso difatti identifica una situazione macroeconomica in cui il Prodotto Interno Lordo è inferiore rispetto all’anno (o quantomeno al semestre) precedente di una percentuale contenuta tra lo 0,1% e lo 0,9%. Sopra a tali percentuali si parla di recessione anche se questo termine, in realtà, dal punto di vista prettamente dottrinale, identifica una situazione in cui il PIL del paese diminuisce e si verifica un rallentamento dell’attività produttiva ed un elevato incremento del tasso di disoccupazione. La depressione è una conseguenza quasi sintomatica della recessione, se tale situazione perdura nel tempo e porta sempre più ad un calo della produzione, alla perdita di posti di lavoro e quindi ad un impoverimento sociale.

Ma siamo nel campo dei concetti teorici e queste cose non ci dicono nulla riguardo alle cause ed alla vera natura del fenomeno che stiamo vivendo e come uscirne fuori. Già in un precedente articolo affrontavo questo argomento, identificando il momento storico con un termine sicuramente più appropriato dal punto di vista “fisiologico”: regressione capitalistica causata da un insieme di fattori conseguenti ad una unica causa, una netta contrazione nel rapporto domanda-offerta, dovuta ad una saturazione dei mercati (considerando anche il “fenomeno Cina”) ed un accumulo di capitali non reinvestiti nel Sistema (disavanzo-alfa). L’instabilità domanda-offerta ha avuto come prima ripercussione l’amplificazione di un “sistema economico virtuale” e quindi diversi fenomeni di portata mondiale tra cui bolle finanziarie e subprime, tristemente famosi per i destini della Lehman Brothers. Per cui è inesatto affermare il contrario, ossia che siano stati gli effetti collaterali della new-economy a provocare questa scenario mondiale (per maggiori dettagli si consulti il precedente articolo). In estrema sintesi ci troviamo di fronte ad un momento storico mai affrontato fino ad ora.

Alcuni dati dell’attuale sistema Italia:

  • Il PIL nell’arco di cinque anni è sceso di oltre 7 punti percentuali. Si consideri il fatto che una riduzione del PIL dell’1% in un solo anno farebbe accendere la spia rossa. Per l’anno 2013 anziché una leggera ripresa, si prevede invece una ulteriore caduta del Pil di 2 punti percentuali,

  • Il tasso di disoccupazione sta aumentando a ritmi vertiginosi, adesso è oltre l’11% (era del 6,1% nel 2007) con proiezioni verso il 15%, mentre quella giovanile è al 38%, i precari sono circa 3 milioni. In soli cinque anni la disoccupazione è quasi raddoppiata;

  • Le ore di cassa integrazione stanno aumentando a ritmi pazzeschi, solo a gennaio 2013 sono state pari a 89 milioni.

  • Il debito pubblico, per garantire i cassa integrati e coloro che sono in mobilità, sta aumentando a ritmi vertiginosi, oltre al gettito fiscale paurosamente diminuito da parte delle imprese (si veda la mole di lavoro di Equitalia): per l’azienda Stato diminuiscono quindi sensibilmente le entrate ed aumentano sensibilmente le uscite.

  • Per la prima volta si registrano più emigrazioni che immigrazioni, soprattutto i nostri ragazzi vanno a cercare lavoro oltre i confini nazionali

  • Tre aziende su cinque sono obbligate a chiedere soldi in prestito per pagare le tasse

  • Lo stato ha un debito nei confronti delle aziende private (e non) per 70 miliardi di Euro.

Allora ci si chiede se gli orientamenti governativi, sia nazionali che della eurozona, possano essere veramente efficaci ai fini della fatidica “ripresa”.

Per affrontare l’argomento facciamo tre soli esempi, per capire quali sono gli “orientamenti” e se eventualmente puntano sulla direzione giusta:

  1. taglio dei costi della politica. Considerando che:

    • per il funzionamento degli organi Istituzionali si spendono 6,4 miliardi di euro,

    • per le consulenze e il funzionamento degli organi delle società partecipate 4,6 miliardi di euro,

    • per altre spese (auto blu, personale di “fiducia politico”, ecc.) 5,8 miliardi di euro

    • per il sovrabbondante sistema istituzionale 7,1 miliardi di euro.

abbiamo un costo totale pari a 23,9 miliardi di euro. Ora considerando un taglio del 20% (sarebbe già ottimistico, ovviamente nel breve periodo), si verrebbero a risparmiare circa 4,8 miliardi di euro. Sarebbe come puntare tutta una strategia di risanamento aziendale di breve (perché non c’è più tempo) su una azienda che fattura 10 milioni annui puntando a farle risparmiare circa 8 mila euro al mese. Poi bisognerebbe meglio specificare qual è il nesso tra taglio dei costi della politica e “ripresa” economica, anzi, paradossalmente con meno soldi in circolo diminuirebbero ulteriormente gli introiti sul mercato… ma purtroppo per il consenso popolare bisogna parlare di queste cose, perché in fondo queste sono le cose che il popolo vuole sentire.

  1. pareggio di bilancio (conseguente alle politiche di fiscal compact). Questa è un’altra situazione incredibile. Siamo in Europa ed è condicio sine qua non quella del patto di stabilità sottoscritto tra le Nazioni dell’eurozona che punta ad una serie di parametri a cui attenersi, in particolar modo l’incidenza del debito pubblico sul PIL. Ora sappiamo che le condizioni che sottintendono questi obiettivi implicano necessariamente aspetti sociali restrittivi, quali ad esempio tagli alla spesa pubblica e condizioni di austerity come quelli praticati dal governo Monti. Come farebbe a ripartire il Sistema se anziché puntare alla ripresa dei grossi lavori pubblici ed a rimettere nel circuito moneta, l’andiamo invece a togliere sempre più, e da ambo le parti ? Due grandi Nazioni che stanno in ripresa sono gli Stati Uniti ed il Giappone (ed i Paesi asiatici in genere). Il Giappone con un debito pari al 233% del PIL ha deciso di aumentare la spesa pubblica e di svalutare il cambio per far ripartire l’economia ! In America la Federal Reserve ha incredibilmente deciso che l’obiettivo non è fermare l’inflazione ma la disoccupazione, che deve tornare ad essere al di sotto del 6,5%. Risultati ? nel quarto trimestre del 2012 il PIL degli Stati Uniti è cresciuto dell’1,5% mentre in Giappone e nello stesso periodo il PIL è cresciuto dello 0,4%. Sia Stati Uniti che Giappone hanno quindi puntato su una politica di deficit spending: lo Stato si indebita e rimette in circolo più moneta di quello che potrebbe permettersi, puntando su una ripresa e sul maggior gettito fiscale successivo e riducendo nel contempo le uscite per gli ammortizzatori sociali. In Europa invece si sta praticando politiche di austerity e si punta tutto sul fiscal compact, portando tutta l’eurozona ad avere un netto calo del PIL, Germania inclusa. Ci sarà tempo, prima che avvenga un disastro, di arrivare alla fatidica soglia del 60% di debito pubblico rispetto al PIL ? Di questo passo è certo che no, anzi, stiamo andando incontro alla povertà sociale ed alla miseria. L’Italia in particolar modo è ormai al terz’ultimo posto, solo prima di Grecia ed Irlanda, come rischio povertà (rischio povertà: Grecia 31%, Irlanda 30%, Italia 28%, Spagna 27%, Portogallo 24%, Cipro 23%… e così via).

  2. lotta all’evasione. Un falegname che oggi vuole aprire partita IVA individuale perché cassaintegrato o in regime di mobilità non “dovrebbe” fatturare oltre 25 mila euro annui (ovviamente lordi) per restare in un regime di tassazione “adatto”, portando a casa un netto di circa 1.300 euro al mese (spese escluse), altrimenti scatta un livello di tassazione talmente elevato che buona parte del fatturato aggiuntivo va sotto forma di INPS e IRPEF. Così succede che fatturarne 35 mila euro annui significherebbe avere sempre lo stesso reddito netto dei 25 mila (sempre spese escluse). Perché mai un cassaintegrato o in regime di mobilità dovrebbe aprire partita IVA in queste condizioni ? L’unica soluzione che resta è quella di fare del nero oltre certe soglie. Ma con la spietata lotta all’evasione in atto chi si accolla questo rischio ? Allora si preferisce restare con quei quattro guai, a spese dello Stato e della collettività…

Ora è abbastanza chiaro che politiche di austerity, di pareggio di bilancio e di lotta all’evasione in questo momento non solo sono dannose, ma addirittura rischiano di far precipitare completamente la situazione, che già è gravissima di per sé, dal momento in cui il tempo per cambiare rotta sta “finendo”. Anzi, secondo un eminente economista, l’Italia a metà marzo sarebbe a tre mesi dal fallimento, nel senso che se non dovessero essere presi provvedimenti entro tale intervallo di tempo si entrerebbe in una spirale di non ritorno (?). Dal momento in cui il tempo è finito (anche se l’unica nota positiva degli ultimi mesi è rappresentata da un leggero recupero sull’export) e dobbiamo pensare a come far ripartire velocemente l’economia, non è più il caso di stare a pensare a scelte “populistiche”, che servono solo a prendere consensi dicendo cose scontate che la gente si vuole sentir dire. Poi, successivamente, vedremo come tagliare bene i costi della politica, come combattere il lavoro nero, come raggiungere il pareggio di bilancio, se far sposare gli omosessuali… tutte cose che piacciono a chi la politica la odia… Però stavolta mi sembra che si stia scherzando con il fuoco, e per fuoco è da intendere povertà e miseria.

A questo punto passiamo a discorsi più obiettivi e concreti lasciando da parte la demagogia, cercando di trovare una soluzione per una Nazione malata in fase terminale.

Quale potrebbe essere davvero un sistema che possa garantire una ripresa veloce ?

Da questo punto di vista alcuni economisti identificano due soluzioni:

  1. il ricorso al deficit spending, facendo ripartire i grossi lavori e gli appalti pubblici, magari con il controllo dei parlamentari grillini, sensibili in tal senso, che controllino che queste cose non vadano in mano ai soliti noti e che non vi sia sperpero di danaro pubblico.

  2. lo scoppio di una enorme bolla finanziaria nell’eurozona che rimetterebbe in circolo liquidità. Si tratterebbe poi di gestire l’immediato futuro evitando di ricadere nell’empasse in cui siamo oggi, situazione amplificata in buona parte proprio dalle bolle finanziarie. Sembra addirittura che questa bolla finanziaria sia stata già pianificata dalle banche europee, tra settembre ed ottobre 2012, ma forse siamo nel campo della fantapolitica.

In tutto questo però occorre mettere da parte le politiche di austerity e la lotta indiscriminata all’evasione, anzi, paradossalmente sarebbe auspicabile addirittura un condono… Proprio in relazione alle politiche di austerity è il caso anche di chiarire una volta per tutte come è potuto accadere che il governo Monti, sensibile agli aspetti ed alle dinamiche economiche, ma forse troppo preso da politiche estere più che interne, sia potuto cadere in una grossa trappola, portando il Paese verso un dramma economico e sociale. O forse ha dovuto svolgere un ruolo di commissario giudiziale per l’Italia più che di Premier ? Sappiamo che il FMI (Fondo Monetario Internazionale), così come Monti, utilizza un rapporto aumento austerity:calo PIL pari a 1:0,5. In sintesi i dati statistici indicano che, a fronte di un incremento delle politiche di austerity (aumento tassazione, aumento IVA, aumento accise…) dell’1%, il PIL diminuisce dello 0,5%. Oggi è invece riscontrato che all’aumentare dell’1% del regime di austerity, il PIL diminuisce dell’1,5% e quindi ha effetti disastrosi sull’economia (in pratica è controproducente !). Ora si consideri che Monti ha esercitato una manovra di austerity pari al 2,4%, facendo così crollare il PIL di 3,6 punti percentuali, anziché 1,2 come previsto, e questa differenza, come abbiamo visto, è stata fatale.

 

Infine c’è, aimè, la terza soluzione, che chiamerei soluzione finale, se non si potesse praticare nessuna strada, dato che le regole purtroppo sono state sottoscritte e, forse, non modificabili. Quando l’offerta tornerà ad essere superiore alla domanda, il sistema può ripartire, ma questa, dato che sta scendendo velocemente a causa delle politiche di austerity e di perdita di posti di lavoro, dovrà essere sorpassata dalla velocità di calo dell’offerta… cosa significa ? Tante imprese dovranno chiudere battenti, almeno il doppio rispetto a quelle che lo hanno già fatto… E nel frattempo lo Stato come può garantire assistenza ai disoccupati ? Risposta: riducendo ed eliminando man mano gli ammortizzatori sociali, cosa che tra l’altro sta già accadendo dato che tra qualche anno gli anni di mobilità si ridurranno notevolmente…

 

Quindi, in concreto, cosa possiamo fare all’interno delle nostre imprese in questi periodi? Considerando il fatto che andiamo incontro ad una cernita naturale dell’offerta (ossia delle imprese), dobbiamo sforzarci nel restare tra le poche aziende privilegiate. C’è un solo modo per percorrere questa strada: trasformare la nostra impresa da competitiva ad estremamente competitiva.

Oggi si parla sempre più di ipercompetizione e market disruption ma personalmente ritengo tale politiche troppo aggressive per il modo di fare e di pensare delle nostre imprese. Sarebbe una strada impraticabile quella di passare da un sistema concorrenziale fondato su uno sviluppo equilibrato ad uno estremamente aggressivo se non distruttivo. Allora dobbiamo ripensare l’impresa, trovare nuovi sistemi di crescita e di sviluppo, stabilizzare economicamente e finanziariamente il nuovo status quo.

Come è possibile percorrere queste strade ?

Attraverso piani aziendali che prevedano tre livelli di azione: ristrutturazione, risanamento e rilancio. Ognuno di questi tre termini, pur puntando allo stesso obiettivo di medio periodo, identifica scenari, momenti e aspetti differenti. La ristrutturazione prende in esame gli aspetti organizzativi, il risanamento quelli economico-finanziari e le attività di rilancio prevedono attività focalizzate su strategie, diversificazioni del business, accordi di partnership… e così via.

Solo attraverso una pianificazione strategica è possibile costruire oggi e su solide basi, il futuro delle imprese e nel contempo farle restare in vita. La sostenibilità del piano deve essere definita in maniera chiara, ed un modo per ripianificare gli aspetti economici potrebbe essere quella dell’utilizzo di specifici strumenti appositamente creati a tale scopo, come Simulation. Simulation è un potente ma accessibile software che permette in maniera molto semplice di riallineare gli obiettivi economici in base alle attività che l’impresa può concretamente eseguire nel breve/medio periodo.

Potrebbe rappresentare un valido punto di partenza su cui iniziare a costruire il nostro nuovo business.

 

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9 maggio 2013

Luciano Cipolletti

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