Società di comodo: ancora dubbi e incertezze per contribuenti e professionisti

di Valeria Nicoletti

Pubblicato il 14 gennaio 2013

non c’è pace per le problematiche relative all'interpello sulle società di comodo: la Cassazione si pronuncia nuovamente sull'impugnabilità del diniego in contrasto

La Corte di cassazione torna, dopo poco più di un mese, nuovamente a pronunciarsi sull’annosa questione dell’impugnabilità del parere negativo reso a seguito della proposizione dell’interpello disapplicativo sulle c.d. “società di comodo”.

L’ordinanza n. 20394 del 29 novembre 2012, che si pone sulla scia della sentenza n. 8663 del 15 aprile 2011, contrasta con la recente sentenza dello scorso 5 ottobre, con la quale i Giudici di Legittimità avevano ritenuto il diniego del Direttore regionale dell’Agenzia delle Entrate di disapplicazione di norme antielusive, ai sensi dell'art. 37-bis, c. 8, del DPR n. 600 del 1973, come rientrante nel novero degli atti impugnabili, in via facoltativa, da parte del contribuente.

Il contrasto creato dalle citate sentenze non è di poco conto e fomenta l’incertezza di chi vede respingersi dall’Amministrazione Finanziaria l’interpello proposto ai sensi dell’art. 37-bis, c. 8, del DPR n. 600 del 1973, richiamato dal comma 4-bis dell’articolo 30, Legge 23 dicembre 1994, n. 724.

Il tutto trae origine dall’art. 19, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 rubricato “Atti impugnabili e oggetto del ricorso”, ove si rinviene l’elencazione degli atti impugnabili innanzi alle Commissioni Tributarie.

All’elencazione fornita dalla citata norma deve darsi un’interpretazione estensiva poiché, come le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno, da tempo, affermato “la riforma del 2001 ha ... necessariamente comportato una modifica del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19” in quanto “l'aver consentito l'accesso al contenzioso tributario in ogni controversia avente ad oggetto tributi, comporta ... la possibilità per il contribuente di rivolgersi al giudice tributario ogni qual volta la Amministrazione manifesti (anche attraverso la procedura del silenzio-rigetto) la convinzione che il rapporto tributario (o relativo a sanzioni tributarie) debba essere regolato in termini che il contribuente ritenga di contestare (in assenza di simile manifestazione di volontà espressa o tacita non