Credito d’imposta Ricerca & Sviluppo: la ciambella di salvataggio

di Lelio Cacciapaglia Giuseppe Mercurio

Pubblicato il 23 novembre 2021



La disposizione, contenuta nel nuovo decreto fiscale ha il chiaro intento di risolvere le rilevanti criticità sul credito d'imposta ricerca & sviluppo, quasi sempre sfociate in contenzioso, derivanti dalla presa di posizione, in verità poco tempestiva, del Fisco, laddove ha fornito chiarimenti in ordine ai contenuti dell’attività di ricerca e sviluppo eleggibile al credito d’imposta, segnatamente per quanto riguarda il bonus riferito alla realizzazione di software innovativi.

Credito d'imposta Ricerca & Sviluppo: da dove nasce il problema

credito imposta ricerca sviluppoCon Risoluzione n. 46 del 22 giugno 2018, l’Agenzia delle entrate, in tema di credito di imposta Ricerca & Sviluppo, ha esaminato un progetto sottoposto da una azienda operante nel settore fieristico che comprendeva anche la realizzazione di un software e una piattaforma volta a integrare la catena logistica di produzione della fiera, includendo tutti i processi relativi a visitatori, espositori e fornitori in una prospettiva di aumenti di efficacia ed efficienza, e inoltre, ad avvicinare i servizi alle persone, creando servizi innovativi attraverso il cosiddetto “Internet of Things”.

In particolare, l’azienda ha adottato e introdotto numerose tecnologie di avanguardia, tra le quali, a titolo di esempio:

  • tecnologie di geolocalizzazione indoor basata su dispositivi bluetooth LTE, quali i beacon fisici, i virtual beacon, tecnologie tipo QUUPPA o tecniche di localizzazione che utilizzano connessioni Wi-Fi;
     
  • tecnologie che applicano la c.d. “Realtà Aumentata” per fornire contenuti personalizzati e finalizzati ad arricchire l’esperienza di visita presso la fiera;
     
  • tecnologie Digital Signage per la diffusione di contenuti e l’acquisizione di informazioni;
     
  • tecnologie di proximity marketing;
     
  • tecnologie di Big Data Analytics per l’applicazione di tecniche di Machine Learning e Cognitive Marketing.
Tanto premesso, l’Agenzia riporta nella propria risposta all’interpellante il parere del Mise, specificamente coinvolto in considerazione delle caratteristiche tecniche del quesito.

Quest’ultimo ha precisato che:

“L’individuazione delle attività ammissibili al credito di imposta è stata condotta dal legislatore ricalcando le definizioni di “ricerca fondamentale”, “ricerca applicata” e “sviluppo sperimentale” contenute nel paragrafo 1.3, punto 15, della Comunicazione della Commissione Europea (2014/C 198/01) del 27 giugno 2014, recante “Disciplina degli aiuti di Stato a favore di ricerca, sviluppo e innovazione”, fonte giuridica dell’articolo 3 del citato decreto-legge n. 145 del 2013. (cfr. nostro precedente contributo sul tema).

Tali definizioni sono, a loro volta, sostanzialmente mutuate da quelle adottate a livello internazionale per le rilevazioni statistiche nazionali in materia di spese in ricerca e sviluppo, secondo i criteri di classificazione definiti in ambito OCSE e, più in particolare, nel c.d. Manuale di Frascati, concernente “Guidelines for Collecting and Reporting Data on Research and Experimental Development”: in questo senso, al punto 75 della citata Comunicazione 198/01 del 2014, viene espressamente precisato che “per classificare le diverse attività in base alla pertinente categoria, la Commissione si baserà sulla propria prassi nonché sugli esempi e le spiegazioni specifiche fornite nel Manuale di Frascati dell’OCSE”.

In virtù di tale espresso richiamo, quindi, i criteri di qualificazione e classificazione contenuti nel suddetto Manuale di Frascati (la cui ultima edizione è stata pubblicata dall’OECD in data 8 ottobre 2015) costituiscono in linea di principio fonte interpretativa di riferimento anche agli effetti della disciplina agevolativa introdotta dal citato articolo 3.”.

Sul punto, occorre sottolineare che prima del 9 febbraio 2018 in cui il Mise con la circolare direttoriale n. 59990 ha fornito alcune delucidazioni in materia, né la norma agevolativa, né il decreto attuativo né, da ultimo, i documenti di prassi dell’Agenzia delle entrate, avevano fatto riferimento a tale fonte interpretativa.

 

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