Consulenza tecnica d’ufficio (CTU): natura giuridica, presupposti compiti e compensi

di Isabella Buscema

Pubblicato il 11 ottobre 2021



Analisi approfondita della natura giuridica della Consulenza tecnica d'ufficio (CTU), il principio iudex peritus peritorum, i presupposti, i compiti del CTU, la scelta del CTU e dei consulenti di parte, la contestazione della nomina del CTU e i suoi compensi.

Consulenza tecnica d'ufficio: teoria generale

natura giuridica ctuLa consulenza tecnica d'ufficio è l'attività esercitata da un esperto, cui il giudice ricorre nell'ambito del processo per ottenere nozioni specialistiche su dati di particolare complessità ovvero per svolgere indagini che richiedono specifiche competenze e conoscenze.

Trattasi di un mezzo processuale (rectius: di uno strumento ausiliario di conoscenza del giudice) che, sotto il profilo della teoria generale del processo, permette di attuare una corretta dialettica processuale ossia di garantire la parità delle posizioni processuali tra le parti in causa in modo che ciascuna di essa possa compiutamente svolgere le proprie pretese senza apprezzabile svantaggio rispetto alle altre parti.

È evidente che la consulenza tecnica manifesta la necessità che la tutela istruttoria sia piena o completa (ubi ius ibi remedium): la pienezza dei poteri istruttori è propedeutica per un’azione efficace della giurisdizione.

Essa è un ragionevole mezzo istruttorio diretto sia a porre la parte in posizione paritetica nei confronti della controparte sia a superare le difficoltà tecniche nell’elaborazione della pronuncia finale.

La consulenza tecnica d’ufficio salvaguardia il valore della terzietà del giudice atteso che il giudice stesso conserva una posizione d’equidistanza dall’attore e dal convenuto; essa esalta il carattere discrezionale dell’attività dell’organo giurisdizionale, nella direzione dell’istruttoria, e permette una corretta valutazione sulla fondatezza della pretesa azionata ossia assicura una pronuncia finale legata all’effettiva cognizione della controversia.

Il giudice, mediante la consulenza, tende a realizzare non scopi dilatori ma l’accertamento della verità dei fatti che richiedono specifiche competenze tecniche (si pensi all’accertamento dell’alterazione di documenti; si pensi all’accertamento della completa risposta ad un questionario etc.).

È evidente che la previsione normativa della consulenza tecnica d’ufficio, senza alcuna sollecitazione di parte, rende dignità al processo caratterizzato dal principio della soccombenza processuale e dalla valenza della prova documentale.

 

Questi gli argomenti trattati:

 

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Natura giuridica della natura giuridica della consulenza tecnica d'ufficio

La Commissione tributaria può non ammettere la consulenza tecnica d’ufficio allorché ritenga idonee e sufficienti per la decisione della controversia, le risultanze processuali.

La consulenza tecnica è mezzo sottratto alla disponibilità delle parti, che possono comunque sollecitarla ed è rimessa al potere discrezionale del giudice [1], il quale potrà disporla a prescindere da un’apposita iniziativa processuale.

La consulenza tecnica di ufficio, non essendo qualificabile come mezzo di prova in senso proprio, perché volta ad aiutare il giudice nella valutazione degli elementi acquisiti o nella soluzione di questioni necessitanti specifiche conoscenze, è sottratta alla disponibilità delle parti[2] ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito.

Il giudice può affidare al consulente non solo l’incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente), ed in tal caso è necessario e sufficiente che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l’accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche.

La consulenza tecnica può essere utilizzata sia al fine di valutare i fatti di causa già accertati dal giudice (figura del consulente deducente), sia al fine di accertare i fatti stessi (figura del consulente percipiente).

Emergono due possibili nature giuridiche della consulenza tecnica di ufficio: da un lato, come «mezzo di valutazione di fatti» già probatoriamente acquisiti, quindi «ausilio al giudice»; dall’altro, come «strumento di accertamento di fatti rilevabili solo con determinate cognizioni tecniche».

La differenza è nitida.

Nel primo caso si parla di integrazione della conoscenza extragiuridica del giudice che necessita di un ausilio per “leggere” degli elementi acquisiti agli atti processuali.

Nel secondo caso si cerca conforto sull’accertamento e l’esistenza di fatti non acclarabili se non tramite l’utilizzo di tecniche specialistiche (si pensi, ad es., alla compatibilità della produzione di un certo quantitativo di rifiuti in una data unità di tempo, date le caratteristiche produttive di un certo complesso industriale). [3]

 

Principio iudex peritus peritorum

Il giudice è il peritus peritorum e pertanto ha il libero apprezzamento delle relazioni predisposte dal consulente tecnico; esso non è vincolato dal parere e dalle conclusioni del consulente tecnico ma è tenuto a dare adeguata motivazione del proprio dissenso mediante l’indicazione dei dati e degli elementi di cui si è avvalso per pervenire alla soluzione adottata.

Nell’ordinamento vige il principio iudex peritus peritorum, in virtù del quale è sempre consentito al giudice di merito disattendere le argomentazioni tecniche svolte nella relazione dal consulente tecnico d’ufficio, non solo allorché le argomentazioni spese dal consulente siano intimamente contraddittorie, ma anche quando il giudice ritenga di poter sostituire a esse altre argomentazioni, tratte da fonti diverse.

In ambedue i casi, invero, l’unico onere incontrato dal giudice è quello di un’adeguata motivazione, esente da vizi logici ed errori di diritto.

In sostanza, nella valutazione di una consulenza tecnica d’ufficio, espletata in materia che richieda elevate cognizioni specifiche, è comunque rimesso al prudente a