Lavorazioni in ambito UE

Non è sempre facile individuare gli obblighi di fatturazione laddove, nell’ambito di una cessione di beni intracomunitari, intervenga una lavorazione. Le cose poi si complicano se i beni, oggetto di lavorazione, non tornano nello stesso Paese dal quale sono partiti.
Le casistiche sono molteplici. In questo articolo analizziamo un caso…

Lavorazioni in ambito UE: il caso

Non sempore è facile individuare con facilità gli obblighi di fatturazione laddove – nell’ambito di una cessione di beni intraUe – intervenga una lavorazione.

Le cose si complicano se i beni, oggetto di lavorazione, non tornano nello stesso Paese dal quale sono partiti.

Le casistiche sono molteplici. Noi ne prendiamo in esame una.

Il caso in analisi

L’operazione è così sintetizzabile:

  • un operatore economico nazionale (IT) cede beni ad un cliente stabilito in Germania (DE);
  • IT è identificato in Germania con una partita Iva locale (DEit);
  • i beni subiscono una lavorazione in Austria (AT).

Occorre distinguere se i beni da sottoporre a lavorazione vengono inviati in Austria:

  1. da parte del cessionario;
  2. da parte del cedente.

(Per approfondire…“Cessioni Intra UE: le novità in vigore dall’1 gennaio 2020 e le problematiche in attesa di chiarimenti ufficiali” di Celeste Vivenzi)

Ci facciamo aiutare da alcune immagini.

 

 

Ipotesi 1): cedente italiano e lavorazione commissionata dal cessionario Ue

In questo caso IT effettua una cessione intraUe ed emette fattura non imponibile ai sensi dell’articolo 41, Dl 331/1993.

AT esegue una prestazione per conto di DE, per cui emette fattura non soggetta ad Iva in quanto, per le prestazioni di servizi generici, il criterio della territorialità richiede che l’Iva diventi esigibile nel Paese in cui è stabilito il committente (DE), ai sensi dell’articolo 196 della Direttiva 112/2006/Ce.

 

Ipotesi 2): cedente italiano e lavorazione commissionata dal cedente IT

lavorazioni ue

Poiché la merce non torna al soggetto passivo nello Stato membro a partire dal quale era stata inizialmente spedita (articolo 41, comma 3, DL 331/1993; norma variata a seguito dell’interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia Ue, sentenza 6 marzo 2014, causa C-606/12 e C-607/12, caso Dresser Rand)), IT deve dotarsi di una posizione Iva in Austria (ATit).

IT effettua una cessione “assimilata” ai sensi dell’articolo 41, comma 2, lettera c), DL331/1993 ed emette fattura non imponibile alla propria partita Iva austriaca.

Tramite la partita Iva austriaca (ATit) viene fatturata la cessione intraUe (territorialmente rilevante in Austria) al cliente DE (quest’ultimo assolverà l’imposta in Germania con il meccanismo del reverse charge).

AT emette una fattura – senza Iva – a IT per la lavorazione eseguita (non conta la partita Iva austriaca, in quanto la territorialità dei servizi è quella del Paese di stabilimento del committente e la posizione Iva non qualifica il soggetto estero come “stabilito”).

IT assolve in Italia l’imposta con il meccanismo del reverse charge.

Una variante di questa ipotesi è quella che prevede la cessione – della merce lavorata – alla partita Iva tedesca del cedente italiano.

lavorazioni ue

IT effettua una cessione “assimilata” (trasferimento per esigenze della propria impresa) alla propria partita Iva austriaca.

AT fattura a IT la prestazione eseguita.

La posizione Iva di IT aperta in Austria (ATit) fattura alla posizione Iva di IT aperta in Germania (DEit).

Deit fattura a DE la merce con Iva tedesca.

 

A cura di Michele Meroni e Claudio Sabbatini

Giovedì 1 ottobre 2020

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