Scosse di assestamento sulle imposte dirette del trust

Introduzione
In questo periodo stiamo assistendo ad un proliferare di sentenze della Cassazione in tema di imposizione indiretta del Trust.
In un precedente intervento abbiamo dato contezza della sentenza n. 13626 del 30 maggio 2018 dove i giudici mostrano di scostarsi dalla linea interpretativa proposta nella oramai famosa Cassazione n. 21614/2016. La Suprema Corte, tuttavia, non ripudia il precedente intervento.
Questa sentenza deve essere valutata alla stregua di una leggera sbavatura, di una scossa di assestamento verso una interpretazione che, non solo richiama e si adegua alla sentenza n. 21614/2016, ma riconduce ad unicum l’interpretazione sulle indirette del trust, sia che si tratti di imposta di registro, sia che si tratti di imposta di donazione, creando quindi un continuum tra regime ante D.L. 262/2006 e regime successivo.
La coerenza con le vecchie ordinanze
La recente sentenza n. 13626 del 30 maggio 2018 (ud 4 maggio 2018)
In un recente intervento abbiamo illustrato la sentenza in oggetto dove la Cassazione ha mostrato di scostarsi dal suo nuovo orientamento della sentenza n. 21.614/2016, ritenendo che si debba sostenere la tesi delle Ordinanze del 2015, con l’unica eccezione rappresentata dal fatto che l’imposta di donazione non è dovuta in ipotesi di trust autodichiarato[1].
Rinviando al precedente contributo per ulteriori approfondimenti, segnaliamo in questa sede come la Corte evidenzi l’esistenza di tre possibili tesi, che proponiamo nella successiva tabella, sostenendo di fare propria la seconda[2].

Tabella n. 1 – le tre tesi richiamate della sentenza n. 13626/2018

Tesi 1

L’atto istitutivo di un trust non può essere annoverato tra gli altri atti a titolo oneroso.

Cass. 975/2018; Cass. 25.478/2015

Tesi 2

E’ istituita una autonoma imposta che si calcola come l’imposta di donazione e che colpisce la creazione dei vincoli

Cass. 3737/2015

Tesi 3

Non esiste una autonoma imposta sui vincoli.

Cass. 21.614/2016

E’ stato rilevato in dottrina come la sentenza abbia il pregio di fare salvi da imposta i vincoli di destinazione autodichiarati come il fondo patrimoniale[3].
Si tratta, ad ogni buon conto, di una tesi isolata e peraltro non del tutto in conflitto con quello che possiamo definire un vero e proprio orientamento della Cassazione.
La conferma delle vecchie tesi
Sentenza n. 15469 del 13 giugno 2018 (ud. 3 maggio 2018) della Cassazione
La sentenza ha ad oggetto il ricorso presentato dai disponenti e dai trustee di tre trust contro la sentenza n. 707/2011 della comm. trib. reg. sez. dist. di Latina, depositata il 29/09/2011.
In passato, il disponente ed il trustee dei tre trust hanno chiesto alla Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone di pronunciare l’annullamento del dell’avviso dell’1.03.2007 di liquidazione dell’imposta di registro stabilita in misura proporzionale anzichè fissa e ciò ai sensi dell’art. 11 tariffa allegata al D.P.R. n. 131 del 1986[4].
In sostanza, l’Ufficio pretendeva l’applicazione dell’imposta di registro proporzionale nella misura del 3%, in quanto ha inquadrato il trust tra gli altri atti a titolo oneroso.
La CTP ha dichiarato il ricorso inammissibile per la presenza di elementi di incertezza D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 18, comma 2, lett. D, in quanto il ricorso si riferiva solo al Trust (OMISSIS) e non agli altri due Trusts, oltre che per il fatto che l’Amministrazione Finanziaria identificava come bene conferito al Trust un immobile oggetto di compravendita.
I contribuenti proponevano appello.
La Commissione Tributaria Regionale del Lazio (Sez. Latina), dopo aver escluso l’assimilazione del Trust al Fondo patrimoniale, così come alla donazione, ha affermato che esso deve definirsi “un negozio giuridico a contenuto patrimoniale” per il quale tuttavia occorre valutarne la patrimonialità non ai sensi dell’art. 1321 c.c. “ma sotto il profilo del diritto …

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