Nulla la sentenza di appello per relationem a quella di primo grado

La sentenza di appello che si limita ad affermare la propria condivisione della decisione di primo grado è nulla.
Deve ritenersi nulla, infatti, la sentenza di appello motivata per relationem alla sentenza di primo grado qualora la laconicità della motivazione non consenta di appurare l’iter logico-giuridico seguito dal giudice (Cass. n. 10394/2018).
Normativa di riferimento
Ai fini della motivazione della sentenza valgono anche in campo tributario le disposizioni della disciplina civilistica e delle norme costituzionali.
Al riguardo, l’art. 111 Cost. stabilisce che «tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati». Nel rispetto di tale norma il codice di procedura civile richiede che la decisione contenga la succinta esposizione «dei motivi in fatto e in diritto della decisione» e che l’ordinanza sia «succintamente motivata» (art. 132, 134).
Per quanto attiene il decreto, se da un lato è vero che a norma dell’art. 135, co. 4°, «il decreto non è motivato, salvo che la motivazione sia prescritta espressamente dalla legge», dall’altro, occorre sottolineare che le singole previsioni di legge che non contemplano la motivazione del decreto sono riferibili soprattutto a casi in cui può escludersi la natura giurisdizionale del decreto.
L’obbligo della motivazione persegue i diversi principi costituzionali in tema di giurisdizione, quali il diritto di difesa, l’indipendenza del giudice e la sua soggezione alla legge, nonché il principio di legalità. 
La violazione dell’obbligo di motivazione determina l’invalidità della decisione e può essere fatta valere attraverso il sistema delle impugnazioni; per il ricorso per Cassazione, in particolare, l’art. 360 prevede quale motivo di impugnazione l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Nel caso di specie la società contribuente ha impugnato l’avviso di accertamento emesso dall’Agenzia delle entrate per Ires, Irap per l’anno 2006. In primo e secondo grado il ricorso è stato respinto; successivamente la medesima società ha presentato ricorso per Cassazione eccependo il difetto di motivazione dell’atto impositivo nonché la nullità della sentenza impugnata per difetto di motivazione.
La Corte, accogliendo il ricorso, ha chiarito preliminarmente che per configurare il vizio di omessa pronuncia non è sufficiente la mancanza di una espressa statuizione del giudice ma occorre che sia stato omesso l’atto indispensabile per la soluzione del caso.; condizione che non sussiste nella specie atteso che la decisione della CTR ha rigettato le eccezioni riproposte come motivi di appello.
I giudici hanno rilevato invece il difetto di motivazione della sentenza impugnata che ha omesso del tutto l’indicazione dei motivi di appello proposti dalla società avverso la sentenza di primo grado, essendosi limitata ad affermare la propria condivisione della decisione della CTP in quanto “sorretta da ampia e congrua motivazione”.
Secondo i giudici deve considerarsi nulla la sentenza di appello motivata per relationem alla sentenza di primo grado, “qualora la laconicità della motivazione” non consente di appurare l’iter logico-giuridico seguito dal giudice di appello ossia come lo stesso sia pervenuto alla condivisione della decisione di prime grado mediante l’esame e la valutazione d’infondatezza dei motivi di gravame, previa specifica e adeguata considerazione delle allegazioni difensive, elementi di prova e dei motivi di appello.
In sostanza la sentenza incorre nel vizio di difetto assoluto di motivazione allorché il giudice di merito ometta di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento, ovvero li indichi senza un esame logico-giuridico approfondito, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del proprio ragionamento (Cass. n. 9105/2017).
Per quanto precede la sentenza è …

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