A proposito di flat tax

Il dibattito sulla flat tax sta suscitando molte reazioni, sia in politica che in dottrina, soprattutto sul fronte delle coperture e dei riflessi in ordine alle casse dello Stato.

La proposta di un’imposta ad aliquota unica, peraltro, risale alla scuola di pensiero economica supply-side economics.

Secondo tale teoria un’imposta sul reddito ad aliquota unica sarebbe un utile strumento per semplificare la tassazione, anche in vista di una graduale riduzione del peso dello Stato nell’economia, e al fine di liberare le forze di mercato (secondo il modello della “curva di Laffer“, infatti, una riduzione delle aliquote può produrre un aumento dell’attività economica e quindi delle entrate fiscali).

Come detto, comunque, il problema, al di là della questione della progressività (questione in realtà molto ridotta oggi, essendo già molti tipi di redditi sottoposti ad aliquote fisse), è quello della copertura finanziaria.

Vero è però che, purtroppo, non c’è niente di più soggettivo (ed incerto) di quando si parla di numeri nel settore tributario.

Se infatti si guardano i numeri “dichiarati” dai contribuenti, applicare un’aliquota fissa del 23% ad un popolo che, nella sua gran parte, paga già quell’aliquota (o anche meno), rischia di perdere anche il suo effetto “rivoluzionario”.

Oggi le aliquote fiscali sono infatti cinque:

  • 23% fino a 15 mila euro.
  • 27% tra 15 e 28 mila euro. È importante evidenziare che, a partire dal secondo scaglione in poi, si applica comunque l’aliquota successiva solo per la parte eccedente di reddito.
  • 38% tra i 28 mila e i 55.000.
  • 41% tra i 55 mila e i 75.000 euro.
  • 43% oltre i 75 mila euro.

Ma la media del dichiarato in Italia è di circa 20.000 Euro (dati sull’anno di imposta 2016). E stiamo parlando di lordo, naturalmente.

Più nel dettaglio, l’1% più ricco della popolazione è costituito dagli italiani che dichiarano oltre 104.000 euro, il 45% dei contribuenti dichiara invece meno di 15.000 Euro, pagando solo il 4,5% dell’Irpef totale e il 31,5% dei contribuenti dichiara addirittura meno di 10.000 euro annui (sono quindi “incapienti” e sostanzialmente non pagano imposte sul reddito).

La riforma in termini di flat tax, se si considera l’aliquota del 23%, riguarderebbe dunque (comunque solo per la parte eccedente i 15.000 Euro) circa il 55% dei contribuenti (il 49% dei contribuenti che dichiara fra i 15.000 e i 50.000 Euro, versando il 57% dell’Irpef totale e il 5% dei contribuenti che dichiara più di 50.000 Euro, versando il 38% dell’Irpef totale), e il 95% dell’Irpef.

Non c’è bisogno di grande spirito intuitivo per rendersi conto che questi numeri non sono veritieri.

E dunque, quando si parla di flat tax come regalo ai “ricchi”, si fa un’affermazione non del tutto vera, o comunque non si coglie il vero problema, che è quello che i veri ricchi, probabilmente, sono quelli che dichiarano poco o niente. E comunque è un dato di fatto che quelli che sono considerati “ricchi” in base all’attuale dichiarato (se ricco si può considerare chi dichiara 50.000 Euro lordi all’anno) pagano un carico fiscale molto alto proprio per compensare le mancate entrate di chi non dichiara e non paga imposte.

Non è credibile infatti che la metà della popolazione italiana percepisca un reddito mensile sui 1.000 Euro (lordi) e che il dieci per cento più ricco della popolazione sia costituito dagli italiani che dichiarano oltre 37.900 euro (lordi), circa 3.000 Euro (lordi) al mese.

Una delle motivazioni sottese alla flat tax è del resto proprio la consapevolezza dell’evasione endemica del nostro Paese, per cui si ritiene che, applicando un’aliquota più bassa, quella gran parte di contribuenti, che oggi dichiara cifre irrisorie, sarebbe incentivata ad “emergere”.

Quando si parla di equilibri finanziari è però vero che (al netto del taglio delle agevolazioni fiscali) puntare sulla “scommessa” di quello che potrà succedere è sempre piuttosto pericoloso.

E allora il ragionamento, almeno in una prima fase, dovrebbe essere ribaltato.

La flat tax potrebbe essere vista come un’opportunità di recupero e contrasto all’evasione, da applicarsi solo su quella parte di extra redditi che gli italiani, vista la nuova, più “ragionevole”, tassazione, si convincessero a dichiarare.

Così sarebbe peraltro sancito un vero e proprio patto di lealtà tra Fisco e contribuenti: io ti tasso meno, ma tu esci allo scoperto (magari con la garanzia che non corro ad accertarti per le annualità pregresse).

Una volta usciti allo scoperto, peraltro, allora sì, potendo contare su una più realistica e concreta base imponibile, potrebbe essere possibile applicare la nuova aliquota su tutto il reddito, finanziando le minori entrate con le maggiori risorse provenienti dall’allargamento della base imponibile (oltre che, magari, con altre idonee misure di più efficace contrasto ai grandi fenomeni evasivi dell’economia del web e della criminalità).

Se dunque è vero che, come recentemente calcolato da uno studio dell’Ufficio valutazione impatto del Senato con il dipartimento di Economia dell’Università Cà Foscari di Venezia, ai fini Irpef, il valore dei redditi imponibili sottratti al fisco ammonta a circa 38,5 miliardi (21 dei quali da lavoro autonomo e di impresa), applicando la flat tax (anche nella misura più bassa, del 15%) solo sui redditi che eventualmente dovessero emergere (certo ipotizzando, piuttosto ottimisticamente, che emergano subito tutti), avremmo nuove risorse finanziarie per quasi 6 miliardi di Euro (circa la metà di quello che servirebbe, per esempio, per coprire il costo legato alla introduzione di un’aliquota del 23% sotto i 15.000 Euro, un’aliquota unica tra i 15 mila e i 75 mila euro al 27% e un’aliquota del 43% oltre i 75 mila euro).

Sempre che, chi smetta di evadere (e svolge attività di lavoro autonomo e di impresa), riesca a convincere il cliente a pagare l’Iva, invece che magari andare dal concorrente, che decide di continuare ad evadere, facendo lo “sconto” per l’Iva non versata. E sempre che lo stesso contribuente valuti comunque conveniente pagare la nuova aliquota ridotta, a cui però si aggiungono (quanto meno) anche l’Irap e i contributi previdenziali.

Insomma, non sarà una soluzione “definitiva”, ma può essere un buon inizio, in vista di più ambiziosi obiettivi.

24 febbraio 2018

Giovambattista Palumbo

WEB TAX: base erosion and profit shifting – prospettive fiscali per il commercio elettronico

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