Le trasferte dei dipendenti in split payment

Dopo l’estensione del meccanismo della scissione dei pagamenti, ora applicabile anche alle prestazioni destinate a società partecipate dallo Stato, dalle Amministrazioni territoriali e dalle quotate in borsa, gli operatori incontreranno numerose difficoltà per la gestione delle spese sostenute dai dipendenti in trasferta.
Si pone il problema di come comportarsi quando il dipendente si reca in trasferta, ad esempio per conto di una società partecipata da ente pubblico o quotata in borsa, obbligata a trattenere l’Iva relativa alle prestazione ricevute, e debba pagare la fattura dell’albergo o del ristorante nel luogo in cui si è recato per ragioni di lavoro.
Possono in concreto verificarsi due possibilità. In base alla prima le spese di trasferta sono sostenute per conto della società, ma in nome proprio del dipendente. Questa fattispecie è la meno ricorrente in quanto non consente il recupero dell’Iva da parte dell’impresa committente. Il dipendente agisce nella veste di commissionario senza rappresentanza. In tale ipotesi la fattura è intestata direttamente al dipendente. Conseguentemente l’impresa che ha incaricato il lavoratore dipendente della trasferta, non può considerare in detrazione l’imposta sul valore aggiunto. In tale ipotesi lo split payment non trova applicazione. La prestazione deve considerarsi resa direttamente nei confronti del lavoratore dipendente. Ciò anche laddove al rientro della trasferta il lavoratore otterrà il rimborso analitico con l’esibizione della documentazione attestante le spese effettivamente sostenute.
L’ipotesi più ricorrente è quella in cui il lavoratore dipendente, che si reca in trasferta, agisce nella qualità di commissionario con rappresentanza, spendendo il nome dell’impresa committente. In questo caso la fattura riporta l’intestazione dell’impresa con l’indicazione del nominativo del lavoratore dipendente in trasferta. L’indicazione del nominativo rappresenta una condizione al solo fine di verificare l’inerenza del costo, cioè la riconducibilità dello stesso nell’attività d’impresa.
Trattandosi di una prestazione resa direttamente nei confronti dell’impresa, e di un suo rappresentante (che agisce in nome e per conto), all’atto del pagamento dovrà essere trattenuta l’Iva. Ciò anche nell’ipotesi in cui il pagamento sarà effettuato direttamente dal lavoratore dipendente che successivamente chiederà il rimborso alla società.
L’intestazione della fattura alla società consentirà di considerare integralmente in detrazione l’Iva relativa alle somministrazioni di alimenti e bevande e alle spese alberghiere. Inoltre l’impresa potrà considerare integralmente in deduzione il costo ai fini delle imposte sui redditi, senza subire la limitazione della deduzione della spesa (ristoranti e spese alberghiere) nella misura del 75%. L’art. 109, c. 5 del TUIR dispone che “Fermo restando quanto previsto dai periodi precedenti, le spese relative a prestazioni alberghiere e a somministrazioni di alimenti e bevande, diverse da quelle di cui al comma 3 dell’articolo 95, sono deducibili nella misura del 75 per cento”. E’ dunque prevista una deroga, quindi sono deducibili nella misura del 100 per cento, “Le spese di vitto e alloggio per le trasferte effettuate fuori dal territorio comunale dai lavoratori dipendenti e dai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa…”.
Le difficoltà operative e i relativi dubbi sono sorti in quanto i pagamenti relativi alle trasferte (spese per ristoranti, alberghi…) non sono solitamente effettuati direttamente dagli uffici amministrativi della società. E’ il lavoratore dipendente che provvede a liquidare il conto dell’albergo o del ristorante e in questa occasione deve trattenere (non deve pagare) l’Iva. Sarà lo stesso lavoratore dipendente che dovrà verificare che la fattura rilasciata riporti la dicitura “scissione dei pagamenti”.
Gli alberghi…

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