Le dichiarazioni dei redditi e dell’IRAP sono sempre ritrattabili

Premessa

Con la sentenza del 15 luglio 2016, n. 14496, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un contribuente che si era opposto alle richieste dell’Amministrazione Finanziaria.
In particolare, l’Agenzia delle Entrate, a seguito di controllo automatizzato sulla dichiarazione dei redditi di un medico di base, ha riscontrato il mancato versamento dell’Irap per un determinato anno, dichiarata dal contribuente, ma non versata.
L’Agenzia ha, pertanto, provveduto con cartella esattoriale a recuperare la somma non corrisposta, contro la quale il contribuente ha proposto ricorso adducendo di non avere un’organizzazione stabile tale da poter giustificare il pagamento dell’imposta.
La Corte di Cassazione ha accolto le doglianze del contribuente, il quale aveva ritenuto che il fatto di avere dichiarato di dovere l’Irap non escludeva il diritto di impugnare l’atto (cartella esattoriale) che ne costituiva la liquidazione.
Infatti, secondo i giudici di legittimità, l’impugnazione della cartella esattoriale, emessa in seguito a procedura di controllo automatizzato ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36 bis, non è preclusa dal fatto che l’atto impositivo sia fondato sui dati evidenziati dal contribuente nella propria dichiarazione, in quanto tale conclusione presupporrebbe la irretrattabilità delle dichiarazioni del contribuente che, invece, avendo natura di dichiarazioni di scienza, sono ritrattabili in ragione della acquisizione di nuovi elementi di conoscenza o di valutazione
Tale pronuncia, pertanto, conferma il consolidato indirizzo giurisprudenziale che ritiene sempre possibile per il contribuente, in caso di errore, procedere a modificare quanto indicato in dichiarazione.

I motivi della ritrattabilità.

Infatti, le dichiarazioni fiscali, in particolare quelle dei redditi, non sono atti negoziali o dispositivi, né costituiscono titolo dell’obbligazione tributaria, ma costituiscono mere esternazioni di scienza e di giudizio, sicché possono, in linea di principio, essere liberamente emendate e ritrattate dal contribuente, se, per errore commesso nella relativa redazione, possa derivare l’assoggettamento del dichiarante ad oneri contributivi diversi e più gravosi di quelli che, sulla base della legge, devono restare a suo carico1; e questo è possibile anche dopo l’emissione di un provvedimento impositivo ovvero nell’ambito del processo tributario2.
La necessità di emendare una dichiarazione potrebbe derivare, non solo da errori di calcolo o di liquidazione degli importi dei componenti postivi e negativi di reddito, dalla inesatta qualificazione giuridica dei componenti di reddito, dalla errata individuazione delle voci del modello di dichiarazione da compilare nelle quali collocare le singole poste, ma anche da una errata indicazione di un credito di imposta del periodo precedente, o da un ’errata indicazione di una perdita fiscale riportabile.
Controversa, invece, risulta essere la possibilità di emendare gli errori commessi nella dichiarazione fiscale se relativi alla indicazione di dati riferibili a “espressioni di manifestazioni di volontà negoziale”3.
Ciò potrebbe verificarsi nei casi in cui i dati della dichiarazione esprimono una scelta opzionale riconosciuta al contribuente, come quella della scelta tra richiesta in rimborso o utilizzo in compensazione dei crediti, ovvero quella della tassazione in un unico periodo di imposta o in quote costanti nel periodo di imposta di realizzo e nei successivi, ma non oltre il quarto, delle plusvalenze relativi ai beni posseduti da oltre tre anni.
Ma la modificabilità delle scelte non sarebbe definitivamente esclusa. La Suprema Corte4 ha, infatti, precisato che, tali manifestazioni di volontà hanno la stessa natura giuridica di atti unilaterali ricettizi e, pertanto, laddove il contribuente voglia far valere (anche in giudizio) la correzione apportata con la dichiarazione integrativa ha l’onere, ai sensi …

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