Processo tributario ed impugnazione tardiva oltre il termine "lungo" dalla pubblicazione della sentenza

L’ammissibilità dell’impugnatone tardiva, oltre il termine “lungo” dalla pubblicazione della sentenza, previsto dall’art. 38, c. 3, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, presuppone che la parte dimostri “l’ignoranza del processo”, ossia di non averne avuto alcuna conoscenza per nullità della notificazione del ricorso e della comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza, situazione che non si ravvisa in capo al ricorrente costituito in giudizio, cui non può dirsi ignota la proposizione dell’azione, dovendosi ritenere tale interpretazione conforme ai principi costituzionali e all’ordinamento comunitario, in quanto diretta a realizzare un equilibrato bilanciamento tra le esigenze del diritto di difesa e il principio di certezza delle situazioni giuridiche. Né assume rilievo l’omessa comunicazione della data di trattazione, che è deducibile quale motivo di impugnazione ai sensi dell’art. 161, c. 1, c.p.c., in mancanza della quale la decisione assume valore definitivo in conseguenza del principio del giudicato.
Il termine previsto dall’art. 327 c.p.c., c. 1, decorre dalla pubblicazione della sentenza e, quindi, dal suo deposito in cancelleria e non già dalla comunicazione che di tale deposito dà il cancelliere alle parti D.P.R. n. 546 del 1992, ex art. 37, c. 2, trattandosi di attività informativa che resta estranea al procedimento di pubblicazione, della quale non è elemento costitutivo, nè requisito di efficacia. E’ per questa ragione che è stato ritenuto privo di rilievo, nella fattispecie, l’istituto della rimessione in termini, previsto dall’art. 153, c. 2, c.p.c., a seguito della L. 69/2009, pur essendone stata riconosciuta l’applicabilità al rito tributario. L’errore sulla norma processuale che disciplina le forme di notifica della sentenza tributaria di appello, rimane escluso dall’ambito di applicazione dell’istituto della rimessione in termine già previsto dall’art. 184-bis c.p.c., abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, e sostituito dalla generale previsione di cui all’art. 153 c.p.c., c. 2, in quanto viene a risolversi in un errore di diritto inescusabile , non integrante un fatto impeditivo della tempestiva proposizione della impugnazione, estraneo alla volontà della parte, e della prova del quale quest’ultima è onerata. Occorre subordinare l’ammissibilità dell’impugnazione tardiva, oltre il termine “lungo” dalla pubblicazione della sentenza, previsto dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 38, c. 3, alla dimostrazione “dell’ignoranza del processo”, dovendo la parte fornire prova di “non averne avuto alcuna conoscenza per nullità della notificazione del ricorso e della comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza”), postulando la causa non imputabile che legittima la rimessione in termine il verificarsi di un evento che presenti il carattere della assolutezza (e non già un’impossibilità relativa, né tantomeno di una mera difficoltà) e che sia in rapporto causale determinante con il verificarsi della decadenza. Tali principi sono stati statuiti dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 12664 del 17 giugno 2016 .
Vicenda
I giudici d’appello hanno, in via preliminare, dichiarato inammissibile il gravame proposto dalla contribuente, in data 10/03/2014, oltre il termine lungo, ai sensi dell’art. 327 c.p.c., per impugnare di sei mesi (trattandosi di giudizio iniziato in primo grado dopo il 4/07/2009 e dunque successivamente all’entrata in vigore della Novella n. 69/2009) decorrente dalla data del deposito, il 01/10/2012, della sentenza della C.T.P., non notificatale.
Pronuncia
Gli Ermellini, con la pronuncia citata, nel respingere il ricorso in cassazione non hanno condiviso l’eccezione sollevata in ordine alla irrituale notificazione del decreto di fissazione dell’udienza di trattazione e del dispositivo della sentenza di primo grado e di conseguenza non hanno ravvisato la necessità di far decorrere il termine per impugnare la …

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