La discplina delle verifiche sui conti black list

Dopo la contestazione della violazione è preclusa ogni possibilità di regolarizzazione, dato che, ove fosse possibile procedere alla correzione della dichiarazione sino al momento dell’accertamento del maggior reddito, la correzione stessa cesserebbe di essere un rimedio per ovviare ad un errore per trasformarsi in un mezzo elusivo delle sanzioni.
Così si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14999 del 17.07.2015, con la quale i giudici evidenziano che l’ammissibilità della possibilità di emenda “ex post” all’accesso, ispezione e verifica si porrebbe in contrasto, oltre che con il principio di effettività della sanzione, anche con i principi di efficienza e buon andamento, vanificando le attività ispettive e di controllo svolte dagli Uffici finanziari e demandando al contribuente la scelta di evidenziare o meno nella dichiarazione fiscale i costi relativi ad operazioni indicate dal Legislatore come sospette, consentendo così di sanare ex post l’irregolarità mediante presentazione di una dichiarazione integrativa, con evidenti effetti pregiudizievoli sullo scopo antielusivo della norma e sulla stessa efficacia dei controlli.
L’Agenzia delle Entrate, comunque, con la Risoluzione n. 12/E del 17 gennaio 2006, aveva già voluto venire incontro ai contribuenti inadempienti, ritenendo possibile la presentazione di una dichiarazione correttiva, la quale, attraverso la separata indicazione dei costi per operazioni con imprese residenti in paradisi fiscali, ponesse rimedio alla precedente omissione.
La sola (necessaria e logica) condizione per usufruire di tale “sanatoria” era (ed è) però che non fossero iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento nei confronti dello stesso contribuente.
In tal caso del resto parlare di buona fede (laddove, si ripete, lo scopo della disciplina è quello di agevolare l’attività investigativa dell’Ufficio) a cui venire incontro non avrebbe alcun senso (una volta cominciata l’attività investigativa e rinvenute le operazioni non indicate in dichiarazione, che senso avrebbe infatti una sanatoria del genere: per premiare la “furbizia” di chi è stato colto in flagranza di omissione?).
Per quanto riguarda poi la disciplina sostanziale, l’intenzione del legislatore, con le modifiche di cui alla L. 296/2006, era quella di consentire al contribuente di poter dedurre i costi effettivamente sostenuti, seppur nell’ambito di operazioni intercorse con soggetti operanti in aree fiscalmente sospette, e all’Erario di veder assicurata un’efficace azione di controllo.
La ratio dell’innovazione legislativa, concludono i giudici di legittimità nella sentenza sopra citata, induce peraltro a concludere per l’applicazione retroattiva anche all’abolizione del regime di assoluta indeducibilità dei costi non separatamente indicati.
Peraltro, pur nell’ambiguità del complessivo contesto normativo, a conforto della soluzione indicata depone la proposizione dell’art. 1, comma 303, 1. 296/2006, che, in esito all’affermazione dell’efficacia retroattiva della sanzione di cui all’art. 8, comma 3 bis, d.lgs. 471/1997, introdotto dal precedente comma 302, in ipotesi di mancata indicazione separata dei costi black list tuttavia comprovati nella loro effettività, dispone che “Resta ferma in tal caso l’applicazione della sanzione di cui all’articolo 8, comma I, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471”.
La norma prevede quindi, indubitabilmente, per le sole violazioni dell’obbligo di separata indicazione riferibili a situazioni di diritto transitorio, il cumulo della sanzione proporzionale del 10% (entro limiti prescritti), disposta dal sopravvenuto comma 3 bis, con la sanzione, definita nel minimo e nel massimo, di cui al comma I dell’art. 8 d.lgs. 471/1997 e, trovando ragion d’essere solo sul presupposto dell’estensione della retroattività anche all’abolizione del previgente regime d’indeducibilità, la legittima a sua volta…

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