L’assenza dell’autorizzazione dell’Autorità Giudiziaria non inficia l’efficacia probatoria

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 21 agosto 2014

i documenti raccolti in sede di indagine penale dalla Finanza possono essere utilizzati in fase di accertamento anche in mancanza dell'autorizzazione procedimentale interna

Con la sentenza n. 15049 del 2 luglio 2014 (ud. 13 maggio 2014) la Corte di Cassazione ha confermato che in materia di IVA (ma lostesso è a dirsi per le imposte dirette, stante il disposto dell’art. 33, del D.P.R. n.600 del 1973) “l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria,richiesta dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 63, comma 1, per la trasmissione,agli Uffici delle imposte, dei documenti, dati e notizie acquisiti dallaGuardia di finanza nell'ambito di un procedimento penale, è posta a tuteladella riservatezza delle indagini penali, e non dei soggetti coinvolti nelprocedimento medesimo o di terzi. Ne discende che la sua mancanza, se puòavere riflessi anche disciplinari a carico del trasgressore, non toccal'efficacia probatoria dei dati trasmessi, nè implica l'invalidità dell'attoimpositivo adottato sulla scorta degli stessi.L'autorizzazione in parola è stata, infatti, introdotta per realizzare unamaggiore tutela degli interessi protetti dal segreto istruttorio (C. Cost. 51/92), piuttosto che per filtrare ulteriormente l'acquisizione di elementi significativi a fini fiscali (Cass. 11203/07; 27947/09; 27149/11). Se ne deve necessariamente inferire - con riferimento al caso di specie - che la sussistenza di un decreto autorizzatorio, seppure non del tutto fornito dei requisiti formali previsti dalla legge, non può, a fortiori, comportare la dedotta invalidità dell'avviso di accertamento adottato dall'Ufficio sulla base del materiale raccolto in sede penale”.



Nota

Come è noto, la Guardia di Finanza (che svolge anche funzioni di PG) trasmette agli uffici finanziari elementi e notizie relative a indagini penali1.

L’acquisizione documentale è subordinata alla previa autorizzazione dell'Autorità giudiziaria, in relazione alle norme disciplinanti il segreto nelle indagini penali (pur se la sua assenza non determina la illegittimità dei successivi atti di accertamento). Infatti, la Guardia di finanza (ex art. 63 del D.P.R. n.633/72), anche in deroga all’art. 329 c.p.p., utilizza e trasmette agli uffici documenti, dati e notizie acquisiti, direttamente o riferiti, e ottenuti dalle altre forze di Polizia, nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria.

Oltre che in sede di istruttoria penale, i dati e gli elementi possono essere richiesti dall'ufficio o trasmessi dalle magistrature procedenti, anche successivamente al processo (copie di decreti di rinvio a giudizio, ordinanze e sentenze, estratti di fascicoli).

Il comma 2, dell’art. 52 del D.P.R. n. 633/72, come richiamato dall’art. 33 del D.P.R. n. 600/73, non prevede espressamente che i provvedimenti di autorizzazione emessi dall’A.G. debbano motivare in ordine a particolari situazioni di irregolarità fiscale o ad altri fatti o situazioni: la norma si limita a stabilire che la Guardia di Finanza “… previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria in relazione alle norme che disciplinano il segreto, utilizza e trasmette agli Uffici delle imposte documenti, dati e notizie acquisiti direttamente o riferiti ed ottenuti da altre Forze di polizia, nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria”.

A seguito della richiesta dell’organo investigativo, il magistrato valuta l’esistenza o meno di indizi e decide: l'utilizzazione di questi dati integra impiego di atti dei quali la Pubblica amministrazione, unitariamente intesa, ha in precedenza conseguito il possesso; eventualmente, può entrare in conflitto con il diverso segreto impresso dalla natura di tali provvedimenti, in quanto inseriti nell'istruttoria di processo penale o nella fase delle indagini ad esso preliminari (cfr. Cass. 26.03.1996 n. 2668 della Sez. I Civ. Si confronti anche Cass., Sez. I, Sent. n. 1932 del 9.12.1998, dep. il 6.3.1999, secondo cui allorché la Guardia di Finanza rinvenga degli atti nel corso di una indagine ispettiva ad esclusivi fini di polizia tributaria, gli stessi sono utilizzabili, in sede penale, non occorrendo il rispetto degli adempimenti a garanzia dell’indagato, come invece occorre nei casi in cui si tratti di attività di polizia giudiziaria)2.

E’ permessa, infatti, l’utilizzazione ai fini tributari dei dati acquisiti nel corso di un processo penale, senza che al giudice tributario sia consentito sindacare la legittimità dei relativi provvedimenti assunti dal giudice penale; al giudice ordinario spetterà invece applicare le norme che disciplinano la utilizzabilità a fini fiscali degli atti del processo penale ( come peraltro confermato dalla Corte Suprema, con sentenza n. 12050 del 15 aprile 1998, depositata il 27 novembre 1998).

Sul punto si registrano una serie di sentenze della Corte di Cassazione, sostanzialmente uniformi.

  • Con la sentenza n. 3852 del 9 novembre 2000 (depositata il 16 marzo 2001), ha statuito che l'autorizzazione dell'Autorità giudiziaria alla trasmissione di dati e notizie acquisiti in sede di indagini non è richiesta per la garanzia di diritti del contribuente, ma per la mera tutela del segreto, cosicché la sua assenza non comporta la illegittimità degli atti d