La cartella di pagamento è atto impugnabile solo per vizi propri

Principio

La cartella esattoriale può essere oggetto di impugnazione solo per vizi propri e non per eccezioni attinenti l’atto di accertamento dal quale è scaturito il debito. Ne consegue che tali ultimi vizi non possono essere fatti valere con l’impugnazione della cartella, una volta che l’avviso sia divenuto definito perché non impugnato ovvero con sentenza irrevocabile, salvo che il contribuente non sia venuto a conoscenza della pretesa impositiva solo con la notificazione della cartella predetta. Tale assunto è stato precisato dalla Corte di Cassazione con la sentenza del 7 febbraio 2018.

Vicenda

Il Fisco ha notificato ad un contribuente due avvisi di liquidazione relativi agli atti traslativi di proprietà registrati il 17.02.2002, aventi ad oggetto appezzamenti di terreno ubicati nel territorio di Viterbo. Poiché gli avvisi sono divenuti definitivi per mancata impugnazione il Fisco ha emesso cartella di pagamento. Tale cartella è stata tempestivamente impugnata dal contribuente, assumendo l’illegittimità dell’atto per omessa sottoscrizione e mancata indicazione del responsabile del procedimento e per violazione delle norme dello statuto del contribuente. In sede di gravame il Fisco ha eccepito in via preliminare la definitività della pretesa tributaria. I giudici di appello hanno rigettato il gravame proposto dal Fisco. L’Agenzia delle Entrate ha proposto, avverso la sentenza di gravame, ricorso per Cassazione dolendosi dell’omessa pronuncia dei giudici di appello in ordine alla dedotta eccezione di definitività della pretesa tributaria per omessa impugnazione degli atti prodromici,

Pronuncia

Gli Ermellini, con la pronuncia citata, hanno accolto per fondatezza il ricorso in Cassazione del Fisco sulla base delle seguenti articolate argomentazioni. In tema di contenzioso tributario, sono qualificabili come avvisi di accertamento o di liquidazione, impugnabili ai sensi del D. Lgs. 31 dicembre 1992. n. 546 art. 19, tutti quegli atti con cui l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorché tale comunicazione non si concluda con una formale intimazione di pagamento, sorretta dalla prospettazione in termini brevi dell’attività esecutiva, bensì con un invito bonario a versare quanto dovuto; al riguardo, non assume alcun rilievo la mancanza della formale dizione “avviso di liquidazione” o “avviso di pagamento” o la mancata indicazione del termine o delle forme da osservare per l’impugnazione o della commissione tributaria competente.

Consegue che il ricorso avverso la cartella esattoriale, emessa successivamente in relazione all’avviso non opposto, risulta essere inammissibile ai sensi del citato art. 19, almeno che non impugnata per vizi propri. La correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relative notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera di conoscenza dei destinatari, allo scopo, soprattutto, di rendere possibile, per questi ultimi, un efficace esercizio del diritto di difesa. La cartella esattoriale di pagamento, quando faccia seguito ad un avviso di accertamento divenuto definitivo, si esaurisce in un’intimazione di pagamento della somma dovuta in base all’avviso e non integra un nuovo ed autonomo atto impositivo.

Il riflesso processuale di tale impostazione logico – giuridica si può riassumere nel principio di sindacabilità limitata della cartella di pagamento avente il soprarichiamato requisito, l’essere cioè una automatica propagazione degli effetti accertativi di un atto impositivo diventato definitivo per omessa impugnazione. Nella specie, la cartella di pagamento impugnata è stata emessa a seguito della notifica dell’avviso di rettifica e liquidazione, divenuto definitivo per omessa impugnazione: il ricorrente ha dedotto, con il ricorso originario, vizi…

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