Dichiarazione IVA omessa: è possibile far valere il credito sottostante?

La Corte di Cassazione è tornata ad esaminare la possibilità di far valere il credito IVA in presenza di dichiarazione annuale omessa. L’ultimo intervento in ordine di tempo è riferibile  all’ordinanza n. 6488 depositata il 16 marzo scorso.
Come già avvenuto in passato il giudice di legalità ha riconosciuto l’esistenza del credito Iva anche laddove il contribuente abbia omesso la presentazione della dichiarazione annuale, se in grado di dimostrare la sussistenza dei requisiti sostanziali. In questo caso l’onere della prova è esclusivamente a carico del contribuente che richiede l’esercizio del diritto.
Nel caso in contestazione l’Ufficio aveva emesso una cartella di pagamento per un importo pari al credito Iva, in presenza di dichiarazione Iva tardiva.  Nel ricorso introduttivo il contribuente osservava come fossero già stati forniti all’ufficio tutti gli elementi necessari per verificare la sussistenza dei requisiti sostanziali per scomputare il credito Iva disconosciuto. Il giudice di prime cure ha accolto il ricorso del contribuente. Invece il giudice di appello ha accolto le motivazioni dell’Agenzia delle entrate circa l’illegittima del credito.
Sul punto deve essere osservato come l’orientamento giurisprudenziale che riconosce la spettanza del credito,  subordinatamente alla sussistenza dei requisiti sostanziali, si va consolidando nel tempo. L’ordinanza in rassegna richiama, a sostegno della tesi del contribuente la recente sentenza della Corte di Cassazione a SS.UU n. 17757/2016. Nel caso in esame la Corte di Cassazione ha rilevato come l’Agenzia delle entrate non abbia contestato la sussistenza dei presupposti sostanziali, ma si sia limitata ad eccepire la tardiva presentazione del modello di dichiarazione annuale.
Non si comprende per quali ragioni si continui ad alimentare il contenzioso se la stessa Agenzia delle entrate ha riconosciuto con la Circ. n. 21/E del 25 giugno 2013 l’esistenza e la possibilità di utilizzare il credito Iva.  In particolare, il documento di prassi ha precisato, una volta verificata l’esistenza del credito Iva, che l’eccedenza potrà essere utilizzata direttamente in compensazione con l’importo richiesto con la comunicazione di irregolarità inviata a seguito dell’attività di liquidazione effettuata ai sensi dell’art. 54 – bis del D.P.R. n. 633/1972.
Il documento di prassi citato ha precisato che “a seguito della comunicazione di irregolarità in esame, se il contribuente ritiene che il credito non dichiarato sia fondatamente ed effettivamente spettante, può attestarne l’esistenza contabile, mediante la produzione all’ufficio competente, entro il termine previsto dagli articoli 36 – bis, comma 3, del D.P.R. n. 600 del 1973 e 54 – bis, comma 3, del D.P.R. n. 633 del 1972 (trenta giorni successivi al ricevimento della comunicazione), di idonea documentazione (ad esempio, con riferimento alle eccedenze Iva, mediante esibizione dei registri Iva e delle relative liquidazioni, della dichiarazione cartacea relativa all’annualità omessa, delle fatture e di ogni altra documentazione ritenuta utile)”.
Secondo l’Agenzia delle entrate “Ferma restando la possibilità per l’Amministrazione finanziaria di effettuare l’attività di controllo ai fini Iva, …, anche al fine di accertare l’effettività sostanziale del credito maturato nel relativo periodo d’imposta, la dimostrazione dell’esistenza contabile del credito pone il contribuente, ancorché tardivamente, nella medesima condizione in cui si sarebbe trovato qualora avesse correttamente presentato la dichiarazione”.
23 marzo 2018
Nicola Forte

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