La qualificazione del rapporto fra amministratore e società per azioni

di Marco Greggio

Pubblicato il 9 giugno 2017

la recente giurisprudenza di Cassazione sta aprendo (forse) nuove prospettive sul rapporto che lega l'amministatore alla società per azioni: come si qualifica il suo rapporto di lavoro? Il giudice competente è il giudice del lavoro? Il compenso è pignorabile da terzi per intero? Quali sono gli obblighi previdenziali per l'amministratore?
  1. Le varie tesi sulla natura del rapporto tra amministratore e società.
copertina video presentazione ct youtubeTra i temi più dibattuti nel diritto societario v’è da sempre quello della natura giuridica del rapporto che lega l’amministratore (o comunque i membri del consiglio di amministrazione) di una società per azioni alla società stessa. Al riguardo, due erano le correnti di pensiero che dividevano la dottrina e la giurisprudenza.
  1. Secondo la teoria organica, tra l’amministratore e la s.p.a. v’è un rapporto di immedesimazione organica, rappresentando un unico centro di interesse indistinto ([1]).
  2. ii) Secondo la teoria contrattualistica, al contrario, l’amministratore e la società rappresenterebbero due autonomi e distinti centri di interessi, il cui rapporto –nei suoi vari aspetti (per es. il diritto al compenso, i doveri di non concorrenza e quello di non porsi in conflitto di interessi) - è regolato da un vincolo contrattuale. Sicchè solo nei confronti di terzi vi sarebbe un’immedesimazione organica dell’amministratore rispetto alla società.
Peraltro, la sussunzione di tale “contratto” in un negozio tipico non è condivisa: v’è chi lo qualifica come un negozio sui generis, tipico di “amministrazione” (non riconducibile ad alcuna tipologia nota) ([2]), oscillante tra i poli del mandato e del lavoro subordinato ([3]); altri  riconducono l’amministratore alla figura del prestatore d’opera professionale, finalizzata a far conseguire un profitto alla società, con assunzione di responsabilità ed impiego di tempo ed energie lavorative ([4]); altri ancora sostengono che tra l’amministratore e la società intercorra un rapporto di lavoro subordinato, in base al quale l’assemblea ha il potere di nominare e revocare gli amministratori, nonché quello direttivo e di controllo ([5]); infine v’è chi qualifica l’amministratore come un lavoratore parasubordinato, con un rapporto caratterizzato dall’elemento della coordinazione ([6]). Quest’ultima opzione interpretativa è stata seguita anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nella (nota) sentenza n. 10680 del 14.12.1994: l’attività svolta dall’amministratore presenta i caratteri della parasubordinazione, ossia personalità, continuità e coordinazione (rientrando pertanto nelle fattispecie di cui all’art. 409, 3° comma c.p.c.). Il principio dettato da tale sentenza, tuttavia, è stato per lo più disatteso dalla giurisprudenza successiva ([7]), con diverse conseguenze sul piano operativo. Ad esempio: si è affermata la legittimità della previsione statutaria di gratuità delle funzioni di amministratore della società (Cass., 26.2.2002, n. 2861); si è esclusa l’applicabilità al rapporto del disposto dell’art. 36 Cost., con conseguente affermazione di disponibilità e rinunciabilità del compenso (Cass., 13.11.2012, n. 19714); si è escluso che il privilegio ex art. 2751 bis c.c. n. 2, assista il credito del compenso in favore dell’amministratore o liquidatore della società, poiché l’attività svolta da questi soggetti non presenta gli elementi del perseguimento di un risultato con conseguente sopportazione del rischio ed, a differenza di quella del prestatore d’opera, non è determinata dai contraenti preventivamente, né è determinabile aprioristicamente (v. Cass., 17.10.2014, n. 22046; Cass., 23.7.2004, n. 13805; Cass., 18.5.2007, n. 11652).