La qualificazione del rapporto fra amministratore e società per azioni

Le varie tesi sulla natura del rapporto tra amministratore e società.

Tra i temi più dibattuti nel diritto societario v’è da sempre quello della natura giuridica del rapporto che lega l’amministratore (o comunque i membri del consiglio di amministrazione) di una società per azioni alla società stessa.

Al riguardo, due erano le correnti di pensiero che dividevano la dottrina e la giurisprudenza.

Secondo la teoria organica, tra l’amministratore e la s.p.a. v’è un rapporto di immedesimazione organica, rappresentando un unico centro di interesse indistinto ([1]).
ii) Secondo la teoria contrattualistica, al contrario, l’amministratore e la società rappresenterebbero due autonomi e distinti centri di interessi, il cui rapporto –nei suoi vari aspetti (per es. il diritto al compenso, i doveri di non concorrenza e quello di non porsi in conflitto di interessi) – è regolato da un vincolo contrattuale. Sicchè solo nei confronti di terzi vi sarebbe un’immedesimazione organica dell’amministratore rispetto alla società.

Peraltro, la sussunzione di tale “contratto” in un negozio tipico non è condivisa: v’è chi lo qualifica come un negozio sui generis, tipico di “amministrazione” (non riconducibile ad alcuna tipologia nota) ([2]), oscillante tra i poli del mandato e del lavoro subordinato ([3]); altri  riconducono l’amministratore alla figura del prestatore d’opera professionale, finalizzata a far conseguire un profitto alla società, con assunzione di responsabilità ed impiego di tempo ed energie lavorative ([4]); altri ancora sostengono che tra l’amministratore e la società intercorra un rapporto di lavoro subordinato, in base al quale l’assemblea ha il potere di nominare e revocare gli amministratori, nonché quello direttivo e di controllo ([5]); infine v’è chi qualifica l’amministratore come un lavoratore parasubordinato, con un rapporto caratterizzato dall’elemento della coordinazione ([6]).

Quest’ultima opzione interpretativa è stata seguita anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nella (nota) sentenza n. 10680 del 14.12.1994: l’attività svolta dall’amministratore presenta i caratteri della parasubordinazione, ossia personalità, continuità e coordinazione (rientrando pertanto nelle fattispecie di cui all’art. 409, 3° comma c.p.c.).

Il principio dettato da tale sentenza, tuttavia, è stato per lo più disatteso dalla giurisprudenza successiva ([7]), con diverse conseguenze sul piano operativo.

Ad esempio: si è affermata la legittimità della previsione statutaria di gratuità delle funzioni di amministratore della società (Cass., 26.2.2002, n. 2861); si è esclusa l’applicabilità al rapporto del disposto dell’art. 36 Cost., con conseguente affermazione di disponibilità e rinunciabilità del compenso (Cass., 13.11.2012, n. 19714); si è escluso che il privilegio ex art. 2751 bis c.c. n. 2, assista il credito del compenso in favore dell’amministratore o liquidatore della società, poiché l’attività svolta da questi soggetti non presenta gli elementi del perseguimento di un risultato con conseguente sopportazione del rischio ed, a differenza di quella del prestatore d’opera, non è determinata dai contraenti preventivamente, né è determinabile aprioristicamente (v. Cass., 17.10.2014, n. 22046; Cass., 23.7.2004, n. 13805; Cass., 18.5.2007, n. 11652).

 

Il revirement della Suprema Corte con la sentenza a Sezioni Unite n. 1545 del 20 gennaio 2017.

Con la riforma societaria del 2003 e l’introduzione dell’art. 2380 bis c.c., che demanda la gestione della s.p.a. in via esclusiva agli amministratori (con il solo limite di quegli atti che non rientrano nell’oggetto sociale), è apparso evidente quanto fosse difficile conciliare la parasubordinazione con il requisito del coordinamento.

Così le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1545 del 20 gennaio 2017, con un deciso revirement…

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