Il rinnovo dell’incarico del collegio sindacale

di Antonino Pernice

Pubblicato il 19 febbraio 2015

analisi dei termini, degli obblighi e delle tempistiche con cui gestire il rinnovo degli incarichi ai membri del collegio sindacale

1. CESSAZIONE DALL’UFFICIO

Le cause di cessazione dei sindaci sono:

  • La scadenza dell’incarico;

  • La decadenza;

  • La revoca da parte della società;

  • La rinuncia;

  • La variazione nel sistema di amm/ne e di controllo;

  • Il decesso;

  • Altre cause previste da norme di legge o regolamenti.

Il termine di durata della carica è inderogabile per l’esigenza del rispetto dei principi autonomia e indipendenza dell’organo di controllo rispetto agli amm.ri e alla maggioranza dei soci e per l’esigenza di continuità nell’esercizio delle sue funzioni (rafforzata dal principio della c.d. Prorogatio).



2. REGOLA DELLA C.D. “PROROGATIO”.

Secondo l’art.2400, 1^ c., c.c.(Nomina e cessazione dall'ufficio),

I sindaci sono nominati per la prima volta nell'atto costitutivo e successivamente dall'assemblea, salvo il disposto degli articoli 2458 e 2459. Essi restano in carica per un triennio, e non possono essere revocati se non per giusta causa”.

L’art. 2400 c.c. stabilisce che i membri del collegio sindacale, nominati per la prima volta nell’atto costitutivo e poi dall’assemblea, restino in carica per tre esercizi e scadano alla data dell’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio riguardante il terzo esercizio della carica.

Con l’assemblea convocata per l’approvazione del progetto di bilancio i soci potrebbero essere chiamati anche a deliberare la nomina o il rinnovo dell’organo di controllo. Infatti, è con l’assemblea di approvazione del bilancio d'esercizio che viene rinnovato il collegio sindacale sia per scadenza del mandato che per altre cause di cessazione previste da norme di legge, statutarie o regolamentari.

Ciò vale sia per i sindaci effettivi sia per quelli supplenti, i quali, se nominati poi al posto di quelli effettivi, rimangono in carica fino alla prima assemblea successiva al loro insediamento, con durata dell’incarico quindi inferiore ai tre anni.

I sindaci rimangono in carica per tre esercizi e scadono alla data dell’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio concernente il terzo esercizio della carica, salvo che si verifichi una causa di cessazione anticipata.

La cessazione dei sindaci per scadenza del termine ha effetto dal momento in cui il collegio è stato ricostituito. Così, i sindaci rimangono in carica fino all’accettazione dei nuovi sindaci: regola della c.d. prorogatiosecondo la quale i sindaci nonostante la scadenza dell’incarico, rimangono in carica fino all’avvenuta sostituzione.

L’istituto della prorogatio ha il suo fondamento nell’impedire che la società rimanga sprovvista, seppur temporaneamente, dell'organo di controllo rispettando l’esigenza di continuità del collegio nell’esercizio delle sue funzioni.

Con la Riforma del diritto societario è stata mutata la disciplina della cessazione dall’incarico dei sindaci per scadenza del termine finale del loro incarico, stabilendo appunto che la stessa “ha effetto dal momento in cui il collegio è stato ricostituito” (art. 2400, 1° comma, ultimo periodo), non disponendo nulla sulle altre diverse ipotesi di cessazione (morte, rinunzia, decadenza).

Si evidenzia che la regola della c.d. prorogatio è valida soltanto per la scadenza dell’incarico.

Invece, le ipotesi di cessazione connessa a eventi imprevedibili (morte), la decadenza e la rinuncia all’incarico, hanno efficacia immediata e comportano la necessità di sostituire immediatamente il sindaco con i sindaci supplenti.

Lo stesso principio è ripetuto dalle norme di comportamento del collegio sindacale (norma 1.6) emanate dal C.N.D.C.E.C. in base al quale

l’istituto della prorogatio assume carattere eccezionale e, in quanto tale non suscettibile di estensione a presupposti diversi da quelli contemplati dalla legge, con riferimento ai quali l’obbligatoria permanenza in carica in regime di proroga da parte del sindaco, ad esempio rinunziante, rappresenterebbe una restrizione del proprio diritto alle dimissioni.

Infatti, le stesse norme prevedono che, da un lato, la rinuncia è qualificata come un atto unilaterale recettizio, destinato quindi a produrre i propri effetti dal momento in cui è ricevuto dal destinatario dello stesso, dall’altro il diritto a porre termine ante tempus al rapporto con la società, riconosciuto al sindaco dalla disposizione di cui all’articolo 2401 c.c. (rinuncia o decadenza), si inserisce nell’alveo dei criteri enunciati dal Codice Civile a garanzia della libera disponibilità del recesso dall’incarico assunto, salva poi la responsabilità del rinunziante per i danni eventualmente causati dal recesso.

Secondo questo principio è sempre possibile per uno o per tutti i sindaci, in regime di prorogatio per scadenza del termine, rinunciare alla carica, rendendo quindi immediatamente effica