Il rischio del rimborso della TARSU

Nel caso in cui il Consiglio di Stato annulli la delibera comunale che prevede aumenti della TARSU il contribuente ha due anni di tempo per chiedere il rimborso dell’imposta versata in eccedenza. Con la sentenza n. 6900, del 24 marzo 2014, la Corte di Cassazione si è espressa in merito al caso di una delibera comunale di incremento della TARSU che è stata annullata dal Consiglio di Stato; per i giudici di legittimità la pronuncia di annullamento del Consiglio di Stato non può che dare luogo ad un caso di applicazione dell’articolo 75, del D.Lgs. 507/1993 il quale al terzo comma prevede che, in ipotesi di tributo “riconosciuto non dovuto”, il rimborso si effettua a seguito di espressa domanda di rimborso del contribuente, da presentarsi entro due anni dalla data di avvenuto pagamento; nel caso in esame non può , quindi, trovare applicazione la disciplina generale in materia di ripetizione di indebito ex art. 2033 del c.c..

La nascita del contenzioso

La Corte di Appello ha respinto l’appello di una società in accomandita semplice, proposto contro la sentenza del dicembre 2006 del Tribunale, che aveva respinto la domanda della medesima società volta ad ottenere la condanna del Comune alla restituzione degli importi differenziali pagati titolo di TARSU negli anni dal 1989 al 1999, secondo gli importi determinati in virtù della delibera comunale che era stata poi annullata dal Consiglio di Stato, con la sentenza n.1546 del 1998; la restituzione era stata fatta oggetto di istanza di rimborso nel novembre del 2011.

La Corte di Appello ha fatto applicazione della disciplina dei comma 3 e 4, dell’articoli 75 del D.Lgs. 507/1993, secondo la quale, in tutti i casi diversi da quelli regolati nei commi precedenti al terzo, “lo sgravio del tributo riconosciuto non dovuto è disposto dal comune entro novanta giorni dalla domanda del contribuente da presentare, a pena di decadenza, non oltre due anni dall’avvenuto pagamento“. La società contribuente ha interposto ricorso per cassazione e l’amministrazione comunale non ha svolto attività difensiva.

Quali le motivazione del ricorso

Nel ricorso la società si lamenta che il giudice di appello abbia ritenuto applicabile il termine di decadenza biennale previsto dal menzionato art. 75, ai fini della domanda di rimborso delle somme versate in esubero, anziché la disciplina generale in materia di indebito, così come prevista nell’art. 2033 c.c..

Per la società ricorrente la Corte Territoriale avrebbe dovuto porre considerazione al fatto che, con la menzionata pronuncia del Consiglio di Stato, di annullamento della delibera comunale che aveva incrementato la tassa a decorrere dal 1989, “fu accertata la carenza del potere impositivo dell’ente per la parte del tributo eccedente la tariffa precedentemente in vigore“.

I rimborsi del Comune

Va ricordato che per effetto della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge Finanziaria per l’anno 2007), articolo 1, commi 164, 171 e 172, l’esercizio del diritto al rimborso da parte del contribuente è, sottoposto, ad un termine quinquennale. Quest’ultimo trova applicazione soltanto nei confronti delle fattispecie non ancora esaurite e, quindi, ancora pendenti alla data di entrata in vigore (1 gennaio 2007) della legge Finanziaria statale per l’anno 2007.

I nuovi limiti temporali non valgono, infatti, per i rapporti già definitivi: le disposizioni di cui alla legge 296/2006 non sono, invero, suscettibili di riaprire i termini del rimborso scaduti in data antecedente il 1 gennaio 2007, giacché, fino al 31 dicembre 2006, la legge prescriveva la presentazione dell’istanza di restituzione del quantum non dovuto entro due anni dal versamento, a pena di decadenza.

L’articolo 75, del decreto legislativo 507/1993, abrogato dall’articolo 1, comma 172, della citata legge 296/2006, continua, dunque, a rappresentare la normativa di riferimento per i rapporti insorti antecedentemente alla data del 1 gennaio 2007 e a quella data non più pendenti, come espressamente…

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