Le dimensioni della sharing economy

di Fabrizio Gritta

Pubblicato il 19 giugno 2021



Cosa si intende per sharing economy? Quali sono i possibili sviluppi di questa tipologia di mercato? La nostra società diventerà una società della sharing economy?

Verso una società a costo marginale zero

dimensioni sharing economyLe attuali condizioni economiche stanno promuovendo investimenti tecnologici in ogni mercato: quelli più avanzati per cercare nuovi modi per ridurre i costi e guidare l’innovazione, quelli emergenti per supportare la loro crescita.

Questo crea un circolo virtuoso in cui le tecnologie digitali contribuiscono a migliorare la qualità della vita e del business, favorendo lo sviluppo economico.

Secondo Jeremy Rifkin:

la rivoluzione tecnologica è tanto radicale nella sua produttività da ridurre il costo marginale quasi allo zero rendendo i prodotti non più legati alle logiche di mercato”.

Internet è l’emblema di tale cambiamento perché permette di distribuire a prezzo sempre più basso i prodotti abbattendo i costi di gestione e svincolando le aziende da uno spazio predefinito.

In The zero marginal cost society Jeremy Rifkin immagina che la fine del capitalismo moderno, la cui fisionomia è stata mutata dalla globalizzazione e dalla scomparsa del suo opposto socialista, trovi una conclusione inevitabile nella cooperazione e in una società dell’abbondanza.

Il filone di studi sulla società a costo marginale zero approfondisce il rapporto tra Internet e la società, prestando particolare attenzione negli ultimi anni all’Internet of Things.

In particolare, Jeremy Rifkin, nella sua opera The Zero Marginal Cost Society, espone la teoria del salto di paradigma storico dal capitalismo di mercato verso il Commons collaborativo, come primo nuovo sistema economico dopo il capitalismo e il socialismo, cambio non immediato, ma inevitabile.

Uno degli effetti della rivoluzione digitale, infatti, è la perdita di rilevanza di sistemi di certificazione istituzionale, a favore di meccanismi reputazionali di valutazione contestuale e reciproca delle prestazioni, dando vita alla nuova frontiera dell’economia collaborativa.

L’origine dell’economia collaborativa si può far risalire agli anni ‘90 del secolo scorso, ma il suo sviluppo si è avuto solo nella seconda metà degli anni 2000, quando le potenzialità delle nuove tecnologie hanno incontrato una crescente domanda di cambiamento del modello socioeconomico globale.

L’ economia collaborativa viene definita come un nuovo modello organizzativo e di business basato sull’uso di piattaforme digitali per connettere tra loro persone che vogliono scambiarsi beni o servizi in modo diretto, semplice, e con la minima intermediazione.

Se nei mercati in generale l’incontro tra domanda e offerta è favorito dai meccanismi consolidati di regolazione (di tipo pubblico, informale-personalistico, di mercato), nelle piattaforme emerge un modello ibrido che abilita meccanismi fiduciari tra sconosciuti ma che, come nella regolazione informale, agisce in modo non trasparente.

 

Parliamo di sharing economy...

Il concetto di sharing economy è quanto mai ampio e dai confini incerti.

Il dibattito si avvantaggia spesso di richiami teorici ai classici dell’economia del dono o dello scambio di reciprocità (Simmel, 1907; Mauss, 1922; Polanyi, 1957; Gouldner, 1960) o alla letteratura sul capitale sociale e la fiducia (Granovetter, 1985; Coleman, 2005).

Tuttavia, il tema sharing economy sembra espandersi ben oltre tali riferimenti, all’interno di confini concettuali non sempre definiti con certezza.

Botsman e Rogers (2010) la definiscono un modello economico basato sulla collaborazione e sulla condivisione di asset, spazi, competenze, al fine di trarre benefici monetari e non, che si articolerebbe in:

  • il consumo collaborativo: in cui la gente scambia, condivide, redistribuisce prodotti di cui non ha bisogno e che non utilizza con continuità (es: Reoose, Airbnb, Coachsurfing), o paga per avervi accesso piuttosto che acquisirne la proprietà (es: il car sharing);
     
  • la produzione collaborativa: per cui reti di individui collaborano per la progettazione/design (es: Quirky, Zooppa), la produzione (casi come Open Street Map) e la distribuzione di beni e servizi (es. Nimber);
     
  • l’apprendimento collaborativo: corsi aperti o forme di condivisione e agglomerazione di conoscenze in un’ottica crowd (es: Wikipedia o Future Learn);
     
  • la finanza collaborativa: raccolte fondi in cui la gente può supportare la creazione di progetti, imprese, iniziative benefiche (crowdfunding) gratuitamente o ricevendo una forma di ricompensa simbolica o tangibile (es: Kickstarter; Produzioni dal Basso, Rete del Dono, Musicraiser), ma troviamo anche altre forme come i prestiti tra pari (Es: Zopa) o le monete complementari (es: Sardex).
La sharing economy si propone come modello imprenditoriale innovativo perché:
  • sostituisce un modello di produzione lineare di beni e servizi attraverso un modello circolare di produzione, distribuzione e fruizione basato sull’accesso all’over-capacity di un bene/servizio, che tradizionalmente è stata considerata come priva di valore, o semplice rifiuto, nello scambio tradizionale (Benkler, 2004; Bonomi et al., 2016);
     
  • è un modello basato sulla disintermediazione abilitata perlopiù da piattaforme digitali (Cuono, 2015);
     
  • si tratta di un paradigma che mira alla re-embeddedness dello scambio economico rilanciando il valore della reciprocità (Pais e Provasi, 2015), a lungo soccombente al modello dello scambio del mercato e alle sue logiche, sempre più centrate sul mero profitto e/o su processi di estrazione di valore (Sawyer, 2015);
     
  • si basa su un sistema ibrido tra produzione e consumo, abilitando le capacità creative e generative dei cosiddetti prosumer (Arvidsson, 2013).

 

Fabrizio Gritta è autore di altri articoli in materia di consulenza aziendale...Se vuoi leggerli puoi collegarti alla sua pagina su www.commercialistatelematico.com

 

A cura di Fabrizio Gritta

Sabato 19 giugno 2021