Il rapporto di lavoro all’era dei social

I social network hanno cambiato notevolmente la società in cui viviamo, al punto da influenzare le nostre vite personali e lavorative, hanno invaso la nostra vita quotidiana. Accedere attraverso il nostro smartphone a Facebook, a Twitter o a Whatsapp è ormai un’azione abituale, che compiamo senza nemmeno darvi troppo peso decine di volte al giorno, in maniera spesso meccanica. E’ proprio il fatto di non dare troppo peso a quello che pubblichiamo sui social o a quello che scriviamo nelle chat che talvolta può avere delle conseguenze sullo svolgimento e sulle sorti del rapporto di lavoro. In questo contributo vediamo come il tempo dedicato ai social sul posto di lavoro possa incidere sulle sorti del rapporto di lavoro…

il rapporto di lavoro nell'era dei socialI social network hanno cambiato notevolmente la società in cui viviamo, al punto da influenzare le nostre vite personali e lavorative: facciamo amicizie tramite Facebook o Instagram condividendo le nostre giornate con i nostri contatti, troviamo lavoro attraverso Linkedin, comunichiamo attraverso Twitter o Whatsapp con amici, conoscenti e colleghi di lavoro. I Social hanno invaso la nostra vita quotidiana, forse anche in un certo senso dominandola.

Accedere attraverso il nostro smartphone a Facebook, a Twitter o a Whatsapp è ormai un’azione abituale, che compiamo senza nemmeno darvi troppo peso decine di volte al giorno, in maniera spesso meccanica.

E’ proprio il fatto di non dare troppo peso a quello che pubblichiamo sui social o a quello che scriviamo nelle chat che talvolta può avere delle conseguenze sullo svolgimento e sulle sorti del rapporto di lavoro: una offesa fatta su Facebook al datore di lavoro potrebbe avere, a determinate condizioni, conseguenze molto pesanti; accessi ripetuti ai social durante l’orario di lavoro, con interazione o condivisione di post, potrebbe far scattare adeguati provvedimenti disciplinari; postare foto su Instagram o Facebook che ritraggono il lavoratore svolgere una normale condotta di vita durante la malattia potrebbe far propendere il datore di lavoro per una procedura espulsiva nei confronti del lavoratore “malato immaginario”.

Lo scambio di informazioni e comunicazioni tra datore di lavoro e lavoratore a mezzo Whatsapp spesso può costituire, inconsapevolmente, una prova documentale in giudizio.

E’ a queste ed ad altre vicissitudini del rapporto di lavoro al tempo dei social che verrà dedicata l’attenzione nel corso di questo contributo.

Offese su Facebook al datore di lavoro

Il diritto di critica del lavoratore è sancito dalla Costituzione[1] e dallo Statuto dei Lavoratori:[2] il lavoratore può infatti esprimersi sul luogo di lavoro, discutendo con i colleghi ed eventualmente criticare le decisioni del datore di lavoro e l’organizzazione del lavoro che quest’ultimo ha inteso attuare nello svolgimento dell’attività imprenditoriale.

Il diritto di critica non è però illimitato e deve sottostare all’esigenza di veridicità dei fatti narrati dal lavoratore (continenza sostanziale) e all’adeguatezza delle modalità di esternazione delle critiche e/od osservazioni, che non devono in nessun modo arrecare danno all’immagine del datore di lavoro (continenza formale).

Ulteriore limite al quale deve sottostare il diritto di critica è la proporzionalità tra interesse leso e interesse protetto: la critica del lavoratore dovrebbe essere finalizzata alla salvaguardia di un interesse (per esempio diritto alla salute, alla sicurezza, etc.) che deve essere, in quanto a dignità, pari o superiore all’interesse del datore di lavoro a non essere diffamato.

Diverse sono le circostanze in cui la Cassazione ha statuito che il limite al diritto di critica era stato superato dal lavoratore ritenendo, in un caso[3], legittimo il licenziamento disciplinare comminato in tronco ad una lavoratrice per aver pubblicato sulla bacheca di Facebook del profilo personale frasi offensive nei confronti dell’azienda presso la quale era assunta.

Nello specifico la lavoratrice, nell’esercitare il proprio diritto di critica, aveva oltrepassato i limiti utilizzando un linguaggio offensivo e denigratorio per l’immagine aziendale, muovendo accuse nei confronti del datore di lavoro che si erano poi dimostrate in giudizio non vere.

Si aggiunga a tutto ciò che, per l’esternazione, la lavoratrice aveva utilizzato un mezzo di divulgazione di massa quale Facebook che ha un numero potenzialmente illimitato di utenti: una notizia pubblicata su Facebook, attraverso lo strumento dei likes o delle condivisioni, può avere infatti un effetto virale moltiplicatore non prevedibile.

La condotta tenuta dalla lavoratrice era quindi riconducibile alla diffamazione tanto da risultare…

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