Illegittimità dell'esenzione IVA per le prestazioni di trasporto accessorie

prestazioni di trasporto accessorieCostituisce operazione esente esclusivamente una prestazione accessoria ad una prestazione principale di trasporto, se ed in quanto quest’ultima benefici dell’esenzione. Soltanto infatti un’operazione accessoria ad operazioni non imponibili può considerarsi anch’essa non imponibile. Una prestazione può essere considerata accessoria ad una prestazione principale quando non ha per colui che la riceve, un’autonoma utilità, ma costituisce il mezzo per fruire del servizio principale offerto dal prestatore. Per valutare l’accessorietà di una operazione occorre, quindi, che intercorra un nesso di funzionalità necessaria, nel senso che la prestazione che si ritiene accessoria deve assumere una posizione subordinata rispetto a quella principale.

La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 46715 del 15/10/2018, ha chiarito alcuni rilevati aspetti in tema di trattamento Iva delle prestazioni di trasporto accessorie.

Nel caso di specie, veniva impugnata l’Ordinanza con la quale il Tribunale del riesame di Venezia aveva confermato il decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip di Venezia, finalizzato alla confisca – sia nella forma diretta che per equivalente – emesso nei confronti di una società di noleggio imbarcazioni e della sua rappresentante legale, per il reato previsto dagli articoli 81, c.p. e 5 del Dlgs n. 74/2000, perché, al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto, non presentava la dichiarazione annuale modello Iva per gli anni d’imposta 2012, 2014 e 2015, evadendola.

La ricorrente sosteneva che la motivazione dell’impugnata ordinanza era affetta dal vizio di mancanza della motivazione, ovvero dal vizio di manifesta illogicità della medesima, laddove affermava sussistente il requisito del fumus commissi delicti, avendo il tribunale cautelare omesso di considerare che nei periodi in esame, la Società aveva svolto la sola attività di trasporto pubblico, sicché, alle operazioni attive realizzate, aveva correttamente applicato il regime di esenzione, stabilito dall’articolo 10, comma 1, n. 14, del Dpr n. 633/72.

La ricorrente rilevava poi che l’articolo 10 cit. impone il rispetto delle sole seguenti condizioni:

  • che le prestazioni abbiano per oggetto il trasporto di persone;
  • che si tratti di «trasporto urbano», nell’accezione secondo cui le prestazioni di trasporto avvengano entro l’area territoriale del Comune o nel territorio di Comuni che si trovano entro il raggio massimo di cinquanta chilometri uno dall’altro.

La norma, evidenziava ancora la ricorrente, non poneva, invece, alcuna condizione circa le finalità per le quali il passeggero richieda di essere trasportato (atteso che sarebbe, oltretutto, irragionevole pretendere che il vettore abbia l’onere di indagare sulle finalità per le quali il trasporto di persone venga richiesto).

La ratio legis, per la quale sono state poste le due condizioni nella norma in precedenza richiamata, secondo tale prospettazione, risiederebbe dunque nella sola esigenza di assicurare il più ampio interesse della collettività in ordine alla mobilità in ambito cittadino. E ciò a prescindere dalla finalità per la quale il trasporto venga reso.

Era pertanto errata la tesi sostenuta dal Collegio cautelare, secondo cui le prestazioni di trasporto pubblico urbano non potrebbero fruire del regime di esenzione dall’Iva, qualora le finalità soggettive per la quale le prestazioni stesse vengono richieste abbiano natura ricreativa e/o turistica, stante l’asserito venir meno della loro pubblica utilità di carattere essenziale e generalizzato.

Secondo la Suprema Corte, il ricorso non era fondato.

Evidenziano infatti i giudici di legittimità che la contestazione delle omissioni dell’Iva si fondava sul fatto che l’attività di impresa svolta dalla società aveva avuto, nella sua assoluta prevalenza, il carattere di attività turistica e ricreativa, realizzata mediante accompagnamento ed intrattenimento presso i luoghi da visitare e di particolare interesse…

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