Appostazione in conto economico, principio civilistico di inerenza e disconoscimento fiscale

Ai fini della determinazione del valore della produzione rilevante ai fini IRAP, è legittima la contestazione di costi da parte dell’Amministrazione finanziaria, effettuata sulla base del principio civilistico di inerenza e conseguente alla violazione del principio di veridicità nella redazione del bilancio. Bisogna privilegiare un’interpretazione sostanzialistica del sindacato sulla correttezza dell’appostazione nel conto economico di voci non conformi ai principi contabili.
La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 15115 dell’11/06/2018, ha chiarito una questione molto rilevante, di connessione tra bilancio civilistico e fiscale.
Nel caso di specie, la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, aveva rigettato l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, che aveva accolto il ricorso proposto avverso un avviso di accertamento per IRAP, con il quale l’Ufficio aveva disconosciuto costi, perché non documentati, relativi a servizi intercompany resi dalla consolidante alla consolidata.
Avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale l’Amministrazione finanziaria proponeva infine ricorso per cassazione, denunciando violazione degli artt. 5 del D.Lgs. n. 446/1997 e dell’art. 2425 c.c., non avendo la sentenza impugnata fatto corretta applicazione del principio di derivazione, in forza del quale i componenti positivi e negativi ai fini IRAP sono agganciati alle voci rilevanti del conto economico, ed omettendo di rilevare che in esso figuravano costi non adeguatamente documentati, non potendo quindi il conto economico dirsi redatto in conformità al principio di veridicità di cui all’art. 2423 c.c.
Secondo la Suprema Corte il ricorso era fondato.
I giudici di legittimità evidenziano infatti che la Commissione Tributaria Regionale aveva inteso privilegiare il mero dato cartolare dell’appostazione dei costi di cui sopra nel conto economico, giusta l’art. 2425 c.c. lettera B), n. 7, costi che, viceversa, l’Amministrazione aveva ritenuto non documentati alla stregua degli accordi contrattuali intercorsi tra le parti.
La Cassazione parte dunque dalla lettura della norma, che, nella sua formulazione applicabile ratione temporis, stabiliva che «Indipendentemente dalla effettiva collocazione nel conto economico, i componenti positivi e negativi del valore della produzione sono accertati secondo i criteri di corretta qualificazione, imputazione temporale e classificazione previsti dai principi contabili adottati dall’impresa», (venendo, in particolare, in rilievo il principio contabile OIC n. 12), dopo aver previsto, al comma 1, che la base imponibile ai fini IRAP, per i soggetti indicati dal succitato art. 5, è data dalla differenza tra il valore della produzione di cui alla lettera A) del conto economico ed i costi della produzione di cui alla lettera B), con esclusione di talune voci, il cui esame puntuale nella specie non rilevava.
Diversamente da quanto ritenuto dai giudici di appello, la contestazione dei costi da parte dell’Amministrazione finanziaria non risultava dunque effettuata in ragione della ritenuta applicabilità, alla fattispecie in esame, della «normativa fiscale», da intendersi riferita alle norme del D.P.R. n. 917/1986, in tema di componenti positivi e negativi di reddito, ai fini della determinazione del reddito delle società, ma, piuttosto, al principio d’inerenza in relazione all’attività d’impresa, con riferimento alla sua connotazione civilistica, nel caso di specie conseguente alla violazione del principio di veridicità nella redazione del bilancio, di cui all’art. 2423 c.c., al quale la società contribuente era comunque tenuta a conformarsi.
L’Agenzia delle Entrate, secondo la Suprema Corte, aveva del resto tutto il potere di contestare al contribuente l’assenza di inerenza del costo in questione ai fini della determinazione del valore della produzione, rilevante ai fini IRAP.
E questo, in linea di …

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