Deducibilità spese per mostre e fiere: il caso dei congressi farmaceutici

I costi di partecipazione alle fiere, avendo una finalità diretta di incremento delle vendite, devono comunque considerarsi costi di pubblicità, rientrando invece tra le spese di rappresentanza i costi sostenuti per accrescere il prestigio della società, senza dar luogo ad una aspettativa di incremento delle vendite. Le spese di partecipazione a fiere devono essere quindi imputate integralmente nell’esercizio di sostenimento, salvo che la parte non scelga di imputarle forfettariamente nell’esercizio di sostenimento e nei quattro successivi.
La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 16223 del 20/06/2018, ha chiarito il trattamento fiscale delle spese per mostre e fiere.
Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate ricorreva in Cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, che aveva solo parzialmente accolto l’appello della medesima Amministrazione, nell’ambito di una controversia concernente l’impugnativa di avvisi di accertamento, relativi ad IVA per gli anni di imposta 2002 e 2003.
Con la sentenza impugnata, la CTR della Lombardia riteneva legittimi i recuperi a tassazione generati dall’asserito contesto elusivo, mentre rigettava l’appello relativamente ai costi per la partecipazione a mostre e fiere, ritenendo che costituissero oneri di vendita a carattere pluriennale.
L’Agenzia ricorrente denunciava quindi la violazione degli artt. 74, comma 2, D.P.R. n. 917/86 (nel testo vigente ratione temporis) e 2697 c.c., affermando che le spese di partecipazione a fiere rientrano nelle spese di pubblicità (per loro natura finalizzate ad un incremento delle vendite), che devono essere imputate integralmente nell’esercizio di sostenimento, salvo che la parte non scelga di imputarle forfettariamente nell’esercizio di sostenimento e nei quattro successivi, eventualità che non si era realizzata nel caso di specie.
Il motivo di impugnazione, secondo la Suprema Corte, era fondato.
Evidenziano infatti i giudici di legittimità che i costi di partecipazione alle fiere, avendo una finalità diretta di incremento delle vendite, devono comunque considerarsi costi di pubblicità, rientrando invece tra le spese di rappresentanza i costi sostenuti per accrescere il prestigio della società, senza dar luogo ad una aspettativa di incremento delle vendite.
I pranzi offerti ai clienti, per esempio, non costituiscono spese di rappresentanza qualora sussista una diretta finalità promozionale e di incremento delle vendite (nella specie, in applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha qualificato come spese di pubblicità e promozione quelle sostenute in occasione di una fiera per servizio bar, pranzi e spettacoli di intrattenimento – Cass. sent. n. 7803/00).
E la normativa di riferimento (ora art. 108, comma 2, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917), consente comunque di scegliere solo tra la deduzione integrale immediata delle spese di pubblicità e propaganda nell’esercizio in cui sono state sostenute e quella in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro anni successivi, sicché al contribuente non spetta uno ius variandi rispetto al vincolante criterio legale e la sua opzione, immodificabile, va mantenuta per tutti gli esercizi tra i quali viene ripartito l’ammortamento (cfr., Cass. n.27288/2016).
Nel caso di specie, quindi, la società non poteva dedurre i costi della partecipazione alle fiere nell’anno 2002 (anno del loro sostenimento) e parzialmente nell’anno 2003, dovendo imputarli tutti all’annualità in cui li aveva sostenuti.
Anche ai fini del rispetto del principio di competenza, occorre dunque avere ben chiara la distinzione tra spese di pubblicità e spese di rappresentanza.
Il criterio distintivo tra spese di rappresentanza e di pubblicità va infatti ravvisato nella diversità degli obiettivi, laddove, come detto, costituiscono spese di rappresentanza i costi sostenuti per accrescere il prestigio e l’immagine della società e per potenziarne le possibilità di …

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