La crisi economica del settore ha effetti sull'applicazione degli studi di settore

Nel caso in cui il contribuente provi di avere risentito della crisi economica che ha colpito il settore di appartenenza, non sono applicabili i coefficienti previsti dagli studi di settore, venendo così superata la presunzione legale ex art. 62 sexies del d.l. n. 331 del 1993, costituendo tale circostanza fatto decisivo ai fini della dimostrazione del conseguimento di minori ricavi. 
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La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 12273 del 18/05/2018, ha escluso che tra i motivi di disapplicazione degli studi di settore possano rientrare gli effetti della crisi economica.
Nel caso di specie, la contribuente impugnava l’avviso di accertamento con il quale l’Ufficio, facendo applicazione degli studi di settore ai sensi dell’art. 62 sexies del d.l. n. 331 del 1993, convertito con modificazioni dalla legge n. 427 del 1993, aveva rilevato maggiori ricavi rispetto a quelli dichiarati, procedendo alla liquidazione della imposta Irpef, dell’addizionale regionale, dei contributi previdenziali Inps, dell’Irap e dell’Iva.
La Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso e l’Agenzia delle Entrate proponeva appello, eccependo l’erronea interpretazione degli atti di causa e la violazione dell’art. 62 sexies del d.l. n. 331 del 1993.
La Commissione Tributaria Regionale respingeva l’appello, confermando la sentenza di primo grado.
Ricorreva infine la Agenzia delle Entrate, al fine di ottenere la cassazione della sentenza, lamentando la violazione dell’art. 2697 cod. civ. e dell’art. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973, e la violazione dell’art. 62 sexies del d.l. n. 331 del 1993.
Le censure mosse investivano, in particolare, la valutazione degli elementi di prova, operata dalla Commissione Tributaria Regionale, e le regole di riparto dell’onere della prova in materia di accertamento effettuato ai sensi dell’art. 39, primo comma, lett. d) del d.P.R. n. 600/73.
L’Agenzia delle Entrate lamentava infatti che la sentenza impugnata aveva respinto l’appello, affermando, erroneamente, che era onere dell’Amministrazione finanziaria provare il maggior reddito accertato, pur in presenza di un reddito del contribuente inferiore a quello derivante dagli studi di settore.
La ricorrente, inoltre, richiamando la giurisprudenza di legittimità in materia di accertamento analitico-induttivo, evidenziava che, diversamente da quanto statuito dalla Commissione Tributaria Regionale, le “gravi incongruenze” richieste dalla legge per poter procedere all’accertamento ai sensi dell’art. 61 sexies del d.l. n. 331/93 risultavano pienamente integrate nella fattispecie in esame, anche considerato il rilevante scostamento dei ricavi rispetto a quelli desumibili dagli studi di settore, sia in termini assoluti che in termini percentuali (47%).
Il ricorso, secondo la Suprema Corte, era infondato.
Facendo applicazione dei principi già più volte affermati dalla Cassazione, infatti, il giudice di appello, con un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, aveva, nel merito, escluso l’applicabilità al caso di specie dell’accertamento statistico, ponendo in rilievo che “nel caso di specie la particolarità dell’attività svolta con l’ausilio di un solo collaboratore familiare, caratterizzata da una flessione nelle commesse/ordini tali da indurre a licenziare personale dipendente, rappresenta un aspetto particolarmente grave ed il contribuente prima che “non congruo” in relazione al volume di ricavi, si palesava altresì “non coerente” con riferimento al “valore aggiunto per addetto”.
Ritenendo, quindi, “appurato” che il contribuente, esercente l’attività di artigiano edile, aveva risentito della crisi economica che aveva colpito il settore di appartenenza e che nessuna specifica verifica era stata svolta dall’Ufficio, la CTR aveva affermato che la peculiarità gestionale in cui il contribuente ha operato nell’anno di riferimento rendeva non applicabile al caso di specie i coefficienti previsti dagli studi di settore.
Cos…

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