L’adesione al condono non pemette di salvare i crediti d’imposta

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 26 settembre 2015

la Corte di Cassazione ha confermato che l’adesione al condono non salva il credito d’imposta illegittimamente utilizzato

 

Con la sentenza n. 13037 del 24 giugno 2015 (ud. 5 maggio 2015) la Corte di Cassazione ha confermato che l’adesione al condono non salva il credito d’imposta illegittimamente utilizzato.


La sentenza

I giudici supremi confermano che la definizione agevolata di cui all’art. 9, della L. n. 289/2002 non modifica “gli importi di rimborsi e crediti derivanti da dichiarazioni presentate, il che comporta che nessuna modifica di tali importi può essere determinata da tale definizione e non sottrae all'amministrazione il potere di contestare il credito, atteso che il condono elide in tutto o in parte, per sua natura, il debito fiscale, ma non opera sui crediti che il contribuente possa vantare nei confronti del fisco, i quali restano soggetti all'eventuale contestazione da parte dell'ufficio (cfr., in tema di IVA, Cassazione civile sez. trib., 12 gennaio 2009, n. 375; conf. n. 18942 del 2010 e n. 5586 del 2010). Inoltre, è costante affermazione, sempre di questa Corte, che il condono mira a risolvere le controversie pendenti e a prevenire eventuali future vertenze a condizioni di particolare favore per il contribuente, in relazione ai tributi non ancora pagati; mentre del tutto estranea alla ratio di detta disciplina è la pretesa consolidazione di crediti d'imposta dichiarati dal contribuente, ma non sottoposti al vaglio dell'amministrazione finanziaria e che diventerebbero incontestabili, ancorchè in tutto o in parte insussistenti, per il solo fatto che il contribuente abbia ritenuto di usufruire del più favorevole trattamento, attivando la procedura di sanatoria, pagando gli importi dovuti in base alle disposizioni della legge di sanatoria e così definendo il rapporto per il periodo d'imposta