La formale regolarità della contabilità non salva dalla verfica fiscale fondata sulla “resa oraria”

di Francesco Buetto

Pubblicato il 9 settembre 2015

la mera regolarità formale di una contabilità non esclude che il Fisco possa accertare maggiori redditi in base ad indizi che nascono da anomalie rilevate nella gestione complessiva dell'attività esercitata dal contribuente

 

Con la sentenza n. 13734 del 3 luglio 2015 (ud. del 16 aprile 2015) la Corte di Cassazione ha confermato che la contabilità formalmente regolare non salva il contribuente dalla rettifica dell’ufficio (nel caso specifico officina, la ricostruzione dei ricavi era fondata su un solo elemento costituito dalla “resa oraria”).


La pronuncia

La Corte rileva che ha già avuto modo di affermare che “l’accertamento induttivo del reddito è consentito anche in presenza di scritture contabili formalmente corrette qualora la contabilità possa essere considerata complessivamente inattendibile, in quanto confliggente con regole fondamentali di ragionevolezza (Cass. 5870/2003)”.

Nel caso di specie “risultano una pluralità di elementi evidenziati dall’Ufficio che non sono stati in alcun modo valutati dalla CTR, quali l’assoluta antieconomicità dell’attività esercitata dal contribuente alla luce dell’esiguità del reddito dichiarato, la superficie effettiva dell’officina, risultata di gran lunga superiore a quella dichiarata (128 mq. a fronte di 50 mq indicati nel questionario allegato alla dichiarazione dei redditi), l’irregolare indicazione delle rimanenze, in violazione dell’ art. 59 TUIR, non essendo stato indicato né l’anno di formazione, né la suddivisione delle stesse in categorie omogenee”.


Brevi considerazioni

La presenza di scritture contabili formalmente regolari non preclude all'amministrazione finanziaria di procedere, legittimamente, all'accertamento analitico induttivo dei ricavi (o del reddito d'impresa) dichiarati da un contribuente che, nel corso dell'esercizio controllato, abbia posto in essere un comportamento palesemente antieconomico. La norma che dà forza agli uffici è l'art. 39, c. 1, lett. d, del D.P.R. n. 600/1973, secondo cui “…l'esistenza di attività non dichiarate o l'inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti” (ai fini IVA trova applicazione l’art. 54 del D.P.R. n. 633/1972).

La rettifica analitica, con posta induttiva sui ricavi, di cui all'art. 39, c. 1, lett. d, del D.P.