La cassa non può andare in rosso

Con l’ordinanza n. 4713 del 25 febbraio 2013 la Corte di Cassazione legittima l’accertamento presuntivo dell’ufficio, in presenza di una cassa negativa, che determina maggiori ricavi non contabilizzati.
La cassa in rosso rappresenta una spia di omessa contabilizzazione di ricavi equivalente al disavanzo.
Resta fermo, per il contribuente, di dimostrare motivazioni diverse della ricostruzione operata dall’ufficio (i.e. mancata rilevazione contabile di versamenti).
 
Breve nota
Già di recente, con la sentenza n. 11988 del 31 maggio 2011(ud. del 15 marzo 2011), la Corte aveva già avuto modo di affermare che “la dottrina ragionieristica e, con essa, la giurisprudenza di questa Corte hanno chiarito che, siccome la chiusura ‘in rosso’ di un conto di cassa significa, senza possibilità di dubbio, che le voci di spesa sono di entità superiore a quella degli introiti registrati, non si può fare a meno di ravvisare, senza alcuna forzatura logica, l’esistenza di altri ricavi, non registrati, in misura almeno pari al disavanzo. Si deve conseguentemente ritenere che una chiusura di cassa con segno negativo oltre a rappresentare, sotto il profilo formale, un’anomalia contabile, denota sostanzialmente l’omessa contabilizzazione di un’attività (almeno) equivalente al disavanzo (Cassazione civile, sez. trib., n. 27585 del 2008 e n. 24509 del 2009)”. La Corte, quindi, censura la sentenza d’appello, poichè contiene “un vizio logico quando, pur riconoscendo l’anomalia, considera ingiustificata la conclusione dell’occultamento di ricavi”. Inoltre, la decisione dei giudici d’appello “non rende conto delle ragioni addotte dal fisco nel processo verbale di verifica per accreditare la propria tesi (inattendibilità di magazzino, sommarietà e correzioni degli inventari, costi del venduto incongruenti, assenza di prestiti e/o conferimenti, etc.), limitandosi ad annotare che il saldo negativo si esaurirebbe ‘nell’ambito puramente finanziario della contabilità’, senza ulteriori specificazioni, necessarie per superare la presunzione ex actis di maggiori guadagni e i principi contabili di veridicità e chiarezza dei bilanci societari (artt. 2423 e 2424 c.c.)”. Infine, in ordine al riparto degli oneri probatori regolato dal regime di presunzioni del D.P.R. n. 633, art. 54, c. 2, e del D.P.R. n. 600, art. 39, c. 2, la Corte cassa l’affermazione dei giudici d’appello secondo cui “l’ufficio avrebbe dovuto fornire prova per dimostrare il rapporto tra la movimentazione del conto cassa e gli ulteriori ricavi in stretta relazione accertati”. Per le ragioni esposte, in accoglimento del ricorso e previa cassazione della sentenza impugnata, la causa viene rinviata ad altra sezione della commissione tributaria regionale competente, che dovrà rinnovare il giudizio uniformandosi ai principi sopra esposti e così in sintesi enunciati: “In tema di accertamento induttivo del reddito d’impresa ai fini Irpeg e Iva, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, la sussistenza di un saldo negativo di cassa, implicando che le voci di spesa sono di entità superiore a quella degli introiti registrati, oltre a costituire un’anomalia contabile, fa presumere l’esistenza di ricavi non contabilizzati in misura almeno pari al disavanzo”.
Ancor prima la Cassazione (sentenza n. 24509 del 20 novembre 2009, ud. del 13 ottobre 2009) aveva respinto la censura relativa alla conferma da parte della C.T.R. dell’accertamento eseguito dall’Ufficio con metodo analitico induttivo con il quale è stato identificato l’importo dei ricavi non contabilizzati sulla base della cifra corrispondente al saldo negativo espresso nel conto “cassa” al 02.01.1994, senza, peraltro che …

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