Niente agevolazioni fiscali senza modello CVS

Con la sentenza n. 3774 del 15 febbraio 2013 (ud 12 dicembre 2012) la Corte di Cassazione ha dichiarato la legittimità dell’avviso di recupero di un credito d’imposta per la mancata osservanza da parte della società del termine perentorio di invio della comunicazione telematica del modello CVS di cui all’art. 62, c. 1, lett. a, della L. n. 289 del 2002.
 
Il principio espresso
Per la Corte, “ l’imprenditore ammesso a beneficiare, ai sensi della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 8, dei contributi, concessi sotto forma di credito d’imposta, per l’effettuazione di nuovi investimenti nelle aree svantaggiate del Paese, decade da tale beneficio ove abbia omesso di presentare (come previsto dalla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 62, comma 1, lett. e)), nel termine del 28 febbraio 2003, la comunicazione telematica avente ad oggetto le informazioni sul contenuto e la natura dell’investimento effettuato (cosiddetto ‘modello CVS’) essendo il suddetto termine previsto dall’art. 62 cit. a pena di decadenza, e non avendo, altrimenti, alcun senso la sua previsione ove il beneficio del contributo fosse subordinato alla realizzazione dell’investimento, e non anche all’invio della comunicazione telematica (Sez. 5, Sentenza n. 3578 del 13/02/2009). Il termine del 28.02.2003, inizialmente previsto dal D.L. n. 253 del 2002, poi non convertito, ma successivamente ripreso dalla L. n. 289 del 2002, non si riferiva alla mancata presentazione ma costituiva un limite invalicabile rispetto al decreto del direttore dell’Agenzia per la necessaria trasmissione del modello CVS. Infatti una volta scaduto con il 28 febbraio 2003 il termine per la presentazione del nodello, dal quale risulti l’adempimento degli obblighi richiesti per la conferma delle agevolazioni fruite, non poteva non scattare la decadenza della contribuente dal beneficio del credito d’imposta, altrimenti nessun senso avrebbe potuto avere la previsione della decadenza, se esso avesse potuto essere eluso”.
Per la Corte questo termine è perentorio, a pena di decadenza, “e non avendo, altrimenti alcun senso la sua previsione ove il beneficio del contributo fosse subordinato alla realizzazione dell’investimento, e non anche all’invio della comunicazione telematica (Sez. 5, Sentenza n. 16442 del 15/07/2009 Cass. n. 3578/2009). Invero la norma di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 62, è diretta espressione del potere, demandato al Ministro delle finanze, di stabilire con D.M. le procedure di controllo prevedendo ‘specifiche cause di decadenza dai diritto di credito’, e trova la sua ‘ratio’ nell’esigenza di definire entro un tempo determinato l’inerente onere finanziario, altrimenti sospeso ‘ad libitum’ (cfr. anche Cass. Sentenza n. 15865 del 23/07/2005)”.
Osserva, ancora, la Suprema Corte che “la presentazione di tale modello, costituisce non già una facoltà del contribuente, ma un vero e proprio onere a suo carico, finalizzato all’accertamento delle condizioni necessarie all’attribuzione, in via definitiva, del beneficio in questione. E’, peraltro, irrilevante, al fine di stabilire se il contribuente sia o meno incorso in decadenza, la circostanza che il medesimo abbia adempiuto alla previsione della L. n. 338 del 2000, art. 8, comma 5, n. 1, secondo cui ‘Il credito d’imposta … va indicato nella relativa dichiarazione dei redditi’. Trattasi infatti di onere altro e diverso rispetto a quello regolato dal D.L. n. 253 del 2002, art. 1, comma 1, lett. a), n. 1, e dalla L. n. 289 del 2002, art. 62, comma 1, lett. a). L’adempimento del secondo onere è condizione necessaria per acquisire il diritto al credito d’imposta, mentre l’adempimento del primo è condizione necessaria per farlo valere nel computo dell’imposta sui redditi (v. Cass., 11/9/2009, n. 19627). Evidente è allora l’inutilità della pretesa, in sede di dichiarazione dei redditi, di un credito d’imposta in realtà mai …

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