Quando è il dentista a pagare il conto…

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 26 febbraio 2013

il comportamento antieconomico di un dentista, che compra materiale (in particolare protesi), senza fatturare i correlativi ricavi, legittima l'accertamento del Fisco

La Corte di Cassazione, con la sentenza n.3777 del 15 febbraio 2013, ha legittimato l’accertamento effettuato dall’ufficio, nei confronti di un odontoiatra, dove a fronte degli acquisti di protesi non risultavano contabilizzati i relativi compensi.

 

LA SENTENZA

La Corte, rileva, innanzitutto, che nella fattispecie sostanziale rileva il principio, tratto dal disposto ex art. 39 del D.p.r. n. 600/1973 “secondo cui è legittimo il recupero a tassazione dei ricavi, ricostruiti induttivamente, ove la cessione o l’impiego in prestazioni d’opera di beni possa desumersi dalla esistenza di documentazione di acquisto. Spetta difatti al contribuente fornire la specificazione appropriata per categorie omogenee di beni (v. Cass. n. 23950/2011).

A tale principio risponde anche il caso di prestazioni sanitarie avente base nella installazione di protesi dentarie, giacché ai fini della prova per presunzioni semplici non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile secondo un criterio di normalità (e v. infatti Cass. n. 1915/2008)”.

La Suprema Corte, quindi, cassa la sentenza del giudice d’appello, che per affermare l’inconsistenza della presunzione dell’ufficio si è invece affidato ad argomentazioni apodittiche e astratte.

È invero astratto, e come irrilevante, affermare che la fatturazione della prestazione odontoiatrica avviene in modo unitario, rispetto all’impiego di protesi provvisorie strumentali alla installazione di quelle definitive”.

Né vale il richiamato operato all’assoluzione avutasi in sede penale, anche qui in modo del